RWC: chi ha fatto bene e chi ha fatto male

Il mondiale è finito. Gli Springboks hanno alzato la coppa e il ranking mondiale è la copia fedele del valore in campo mostrato dalle varie squadre: le prime quattro hanno solo visto l’inversione tra All Blacks e inglesi, con quest’ultimi che scendono al terzo posto a causa della sconfitta in finale. Dalla quinta alla ottava posizione si trovano le quattro formazioni uscite ai quarti; dalla nona alla dodicesima le terze forze delle pool, con gli Azzurri al dodicesimo spot. Le ultime otto sono spalmate dalla tredicesima alla ventitreesima, con l’innesto delle non qualificate Spagna, Romania e Portogallo. Per la prima volta nella storia nell’arco di un anno si alternano ben cinque squadre sulla vetta della classifica ovale mondiale: Nuova Zelanda, Galles, di nuovo Nuova Zelanda, Irlanda, di nuovo Nuova Zelanda, Inghilterra e infine Sudafrica, che terrà la testa almeno fino all’apertura del prossimo Sei Nazioni.

Ma al di là del ranking, che per alcuni vale poco se non pochissimo, quando termina una manifestazione di questa portata è obbligatorio tirare le somme di quanto guadagnato con sudore e fatica sul campo e di quanto invece non è stato raccolto laddove invece vi erano le premesse per farlo. Abbiamo deciso pertanto di stilare la nostra piratissima versione dei top e flop team della Japan RWC 2019.

Foto rugbyworldcup.com

Sottocoperta

Scozia: mamma mia che botta per gli uomini col kilt questo mondiale. Netta sconfitta con l’Irlanda, brutta prestazione con Samoa, malgrado la vittoria, cocente delusione con i Brave Blossoms. La spedizione di Towsend puntava a rompere le uova nel paniere a dei Trifogli non all’apice della propria forma per giocarsi poi il tutto per tutto nei quarti contro una delle due big della pool B. Il durissimo verdetto del campo li ha invece fatti scontrare contro un muro di realtà amare non facilmente digeribili. Spesso si lodano le virtù del movimento scozzese, capace di rialzarsi nei momenti di difficoltà degli ultimi dieci anni, ebbene con ogni probabilità sono chiamati un’altra volta a darsi uno scossone per rimettersi in carreggiata prima del prossimo Sei Nazioni, visto com’è andata in questa edizione nipponica del mondiale.

Irlanda: il cammino degli uomini in verde non è coinciso dal punto di vista della preparazione psico-fisica con il momento nel quale si è svolta la RWC. Diciamo che se si fosse giocato un anno prima sarebbero stati molto più competitivi e, perché no, capaci di vincere un quarto contro gli All Blacks e andare avanti fino alla finalissima. Invece Sexton e soci arrivano alle corde al grande appuntamento e, come un pugile vincente ma stanco, non riescono a convincere e dimostrare la gloria che hanno rivestito fino a poco prima. Peccato, per loro, per il loro popolo, per l’affascinante suggestione di vederli in cima all’Olimpo ovale. Di certo quella sconfitta con il Giappone, prima ancora dell’eliminazione patita dalla Nuova Zelanda, pesa su un complessivo negativo, che dev’essere cancellato dalla capacità del movimento IRFU di attuare quel cambio generazionale nelle fila dei suoi giocatori necessario a ritornare ai livelli del 2018.

Fiji: il gioco spumeggiante, le ottime capacità dei singoli, la carica della stampa internazionale avevano inserito la formazione isolana tra le possibili outsider di questo mondiale. Risultato? Quell’orribile passo falso con l’Uruguay. Attenzione: le Fiji hanno giocato delle ottime partite, di livello esemplare, con Australia e Galles, mettendo in difficoltà due delle squadre migliori del pianeta; inoltre hanno surclassato la Georgia, che arrivava in Giappone nel momento di down della propria curva di livello, che li ha visti in migliori condizioni nelle scorse due o tre stagioni. Ma questo non basta a rendere grande una squadra. Vincere con chi è inferiore e perdere onorevolmente contro chi invece è più forte lascia solo l’amaro in bocca. Noi italiani lo sappiamo bene. Allora sì, ci sentiamo di bocciare il mondiale dei pacifici anche solo per quella sconfitta. Le grandi squadre si vedono nella continuità delle performance. Vincere con chi è più scarso sempre e impensierire progressivamente sempre di più chi sta più in alto, fino a quando non lo si può scansare dalla sua posizione. Forse le news degli ultimi giorni sull’ingresso delle Fiji nel The Rugby Championship, insieme al Giappone, per creare un gemello dei Sei Nazioni downunder, potranno portare una ventata di positività e nuove ambizioni in casa dei Flying Fijians.

Fuori di poco dalle tre cattive: Argentina e Stati Uniti.

Foto rugbyworldcup.com

Sovracoperta

Sarebbe scontato scrivere del Sudafrica o dell’ottima prestazione dell’Inghilterra, che anche se ha perso la finale ha comunque compiuto tantissimo nel corso dell’ultimo anno e del mondiale. Abbiamo deciso di concentrarci su altre tre squadre. Eccole.

Uruguay: manco a dirlo. Arrivavano al mondiale con diverse buone prestazioni nell’Americas Rugby Championship, con la divisa più bella di tutte e l’ambizione di mettere il cuore in ogni partita del girone. Hanno fatto così e anche di più. Hanno vinto quella magnifica partita con le Fiji. Hanno cestinato le paure e hanno giocato a viso aperto contro chiunque. Hanno perso ma lo hanno fatto a testa alta e, per un Paese così piccolo, territorialmente parlando ancor prima che rugbisticamente, non si può non parlare di successo. Adesso li aspettiamo a contendersi l’ARC con l’Argentina XV e continuare a donare prestazioni di livello con Stati Uniti e Canada. E, perché no, essere chiamati da qualche Tier 1 nelle prossime finestre internazionali, cosa che sottolineerebbe il rispetto che si sono meritati in campo.

Giappone: anche qui non c’è bisogno di ritessere le lodi che Joseph e tutto il movimento del Sol Levante meritano. Vincere contro le due europee nella pool, tenere il Sudafrica su un punteggio molto basso per oltre un tempo, sono cose che mettono seriamente in dubbio il concetto di Tier. Tutti i giocatori, di ogni nazionale, quando uscivano dal campo facevano un inchino verso gli spalti, per ringraziare questo magnifico popolo, che ha espresso un amore ovale encomiabile. Ci uniamo nel gesto, di ringraziamento e ammirazione.

Francia: chapeau. Incroyable il mondiale dei Bleus. Dati per quasi spacciati contro i Pumas nell’apertura del girone, vedendo le glorie nel Super Rugby della franchigia dei Jaguares, quasi totalmente in campo per la seleccion albiceleste, sono stati capaci di dimostrare forza e resilienza oltre ogni aspettativa. Anche quando le piccole Tonga sembravano averli presi per i capelli. Non giocano contro l’Inghilterra a causa di Hagibis e ci lasciano col dubbio di quanto in là sarebbero potuti andare, perché il quarto di finale che non vincono (perché dire che lo perdono è quasi un’esagerazione, anche se sulla carta vanno avanti i Dragoni) non fa testo. La follia di Vahaamahina spegne le speranze dei transalpini ma non arresta la corsa alla gloria di un gruppo giovane e affiatato che, già lo sappiamo, darà filo da torcere a tutti a France 2023.

Fuori dai buoni per poco: Russia, Namibia e Tonga.


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