Legionari della Rainbow Nation, vincitori della RWC

Ho passato un’intera giornata a riflettere sul percorso che ha portato i ragazzi di Rassie Erasmus a sollevare la coppa a Yokohama. Ho provato a cercare dei paragoni in campo ovale e non me ne sono venuti. Ho provato ad ampliare i confini ad altri sport e mi è soggiunta l’impresa di Mennea a Mosca nel 1980. Ho tentato infine di calar la straordinarietà di quest’evento nella mia quotidianità e sono giunto al paragone per me perfetto.

In queste ultime settimane sto recuperando il programma di prima liceo con una classe seconda che è rimasta indietro lo scorso anno. Storia Romana, dalla monarchia alla crisi della Repubblica. I sette re, i comizi, i consoli, le guerre. Annibale, i Galli, i Sanniti. Ecco, sono loro la mia quotidianità. Sono loro ad avermi dato l’ispirazione.

Roma non vinceva tutte le battaglie, talvolta perdeva e veniva gravemente umiliata. Nel 321 a.C. alle Forche Caudine i Sanniti obbligarono intere legioni romane al giogo, facendoli passare seminudi carponi a terra, picchiandoli, deridendoli. Sodomizzandoli. Roma ne fu talmente scossa da chiudersi a riccio, gettare il lutto sulla città, proclamare lo stato di allerta politica nominando un dictator. Ma l’urbe imparò dal proprio errore: i consoli avevano guidato i legionari nelle strette gole appenniniche, conosciute e presidiate dai nemici. Le formazioni dell’esercito repubblicano erano numerose e difficilmente manovrabili, inadatte a scontri corpo a corpo in terreni dissestati, montagnosi, impervi. Ma da quel momento vennero istituiti i manipoli: drappelli di uomini agili e veloci, capaci di adattarsi a combattimenti in formazioni minori e pertanto letali contro i Sanniti, che di lì a poco vennero poi sconfitti del tutto.

Roma aveva perso una battaglia ma aveva vinto la guerra.

Foto rugbyworldcup.com

Il Sudafrica non è stata forse la nazionale più bella da vedere nel corso di questo mondiale. Hanno perso all’esordio contro degli ottimi All Blacks, hanno faticato in semifinale contro un Galles francamente un po’ alle corde dal punto di vista fisico, hanno messo da parte fronzoli e ghirigori per basarsi sul rugby tutto muscoli e placcaggi che tanto li caratterizza. Ma se fermassimo qui l’analisi sarebbe davvero ingiusto nei confronti di Erasmus e di tutti i giocatori che da ieri in avanti possono vantare quella medaglia d’oro al collo. Gli Springboks hanno studiato alla perfezione il nemico, sapendo imparare dai propri errori e ricalibrando forze e attenzioni al fine di raggiungere il massimo dell’efficacia.

L’Inghilterra ha impostato la semifinale con la Nuova Zelanda sul ritmo ossessivo e la caccia all’ovale in ogni ruck. Bene, per contrastarli Kolisi e i suoi hanno assicurato tutti i palloni, riuscendo ad andare praticamente sempre oltre negli impatti e non dando mai il tempo ai flanker d’Albione di metter le mani là dove non dovevano, chiudendo ogni spiraglio con sostegni presenti e inamovibili. In più i sudafricani hanno spezzettato il gioco con calci dalla base di De Klerk e salite perfette – vedi Vermeulen e Mapimpi -, hanno usato il piede per spostamenti tattici intelligenti, vincendo la contesa territoriale ai danni di Daly, Ford e Farrell e obbligando gli inglesi a non poter spingere sull’acceleratore e ritrovarsi spesso e volentieri a passare da fasi statiche e ritmo basso. In difesa gli Springboks hanno adottato alla perfezione quella rush defence – vedi Am e Kolbe, terribilmente efficaci nell’applicazione difensiva in finale – che non era funzionata a dovere nella partita con gli All Blacks, permettendo a Bridge di segnare la prima meta di quell’incontro. L’Inghilterra si è ritrovata sovente con gli ultimi due o tre uomini sul lato del campo tagliati fuori dal gioco e Ben Youngs obbligato a inventare parabole astruse e dare palle difficilmente controllabili, perdendo terreno prezioso e permettendo spesso e volentieri ai sudafricani di scavare per cercare ovali preziosi da scardinare e riportare dalla propria parte.

Vogliamo confermare che non sono stati i più belli da vedere? Beh, non possiamo non ammettere che sono stati i più bravi. Hanno imparato dai propri errori, hanno studiato alla perfezione il nemico, hanno adattato le tattiche di battaglia giuste per vincere la guerra alla fine del percorso iridato. Gli Springboks sono stati i legionari della Rainbow Nation e si sono giustamente impossessati della Rugby World (o war dato che parliamo di guerre e battaglie) Cup.

Oh, non me ne vogliate per la lezioncina di storia, ma son pur sempre il Prof!


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *