Rugby sciocchezze: l’occhio della Nuova Zelanda sugli Azzurri

Come molti di voi sapranno alcuni di noi si sono trasferiti in Nuova Zelanda di recente. È inutile dire che siamo atterrati nella patria del rugby: in giro è facile vedere supporter con le maglie del Super Rugby o degli All Blacks, oltre a team di giovani studenti che si allenano per le strade delle città. Passeggiando ha catturato la nostra attenzione una rivista in particolare tra gli scaffali delle edicole: Rugby News. L’abbiamo acquistata e, sfogliandola, ci è balzata subito all’occhio una foto dei nostri Azzurri corredata dal titolo Rugby Sciocchezze.

Abbiamo deciso di comprarla e leggendo l’articolo che porta la firma di Angus Morrison ritroviamo molti dei nostri pensieri a riguardo della situazione rugbistica nostrana. Quando l’Italia approdò nel Sei Nazioni (2000, ndr), scrive Morrison, fu un gran giorno per il rugby. L’Italia diventò la sesta nazione ad avere la chance di pavoneggiarsi sul palcoscenico mondiale, consentendo ad atleti del calibro di Dominguez, Troncon, Cecchinato e Mauro Bergamasco di essere considerati parte di un progetto vincente. Inoltre l’ingresso degli azzurri nel Sei Nazioni ha regalato ai fan del rugby mondiale un magnifico posto in più da visitare. “Rome is a brilliant venue. Passionate fans, great stadium, great food, great colosseum“, continua Morrison, e dopo la partita d’esordio vinta 34 -20 contro la Scozia cosa poteva andare storto? Tutto! Senza andare troppo per il sottile la sentenza è spietata: l’Italia ha collezionato 14 cucchiai di legno in 19 anni, scivolando inesorabilmente dietro le altre cinque nazioni. Dal 2015 gli Azzurri hanno perso 21 incontri consecutivi durante il torneo e sono stati schiacciati dal Galles, Irlanda e Inghilterra svariate volte con gap superiori a 30 punti. Il commento crudo sul debutto contro la Scozia nell’edizione di quest’anno riporta testuali parole: L’Italia stava perdendo 33 – 3 dopo 70 minuti ed è riuscita a recuperare 33-20 perché metà dei giocatori scozzesi stava messaggiando con la propria ragazza per capire in quale pub si trovasse“. Le dure critiche arrivano anche per la partita contro la Francia, definita oscena da parte del giornalista kiwi, che analizza un dato preoccupante: la nostra percentuale di vittoria dal 2000 a oggi è del 4,5% circa. Sostiene: “Io potrei giocare a golf contro Tiger Woods e ottenere una percentuale di vittoria non molto più bassa, considerando che io sto al golf come Gerry Brownlee sta alla ginnastica artistica“. Ma l’aspetto che più ci dà motivo di riflessione è il seguente: Andrea Lovotti ha giocato 18 partite nel Sei Nazioni e le ha perse tutte, Michele Campagnaro idem, ed è uno dei migliori giocatori italiani, mentre Sergio Parisse ha raggiunto il record di 68 partite giocate vincendone solo 9. Sono passati ormai i giorni in cui i fan del rugby potevano menzionare la maggior parte dei nomi presenti nel XV italiano. Ora troviamo un gruppo di persone di cui nessuno ha mai sentito parlare, inclusi oriundi viaggiatori che servono solo a fare numero. Hanno provato ad essere all’altezza cercando coach di qualità del calibro di John Kirwan, Pierre Berbizier, Nick Mallett, Jacques Brunel e Conor O’Shea, ma i cucchiai di legno continuano ad arrivare, tanto che la stanza dei trofei nazionali potrebbe assomigliare alla cucina di Jamie Oliver.

Morrison analizza anche le ipotesi inglesi sulla sostituzione dell’Italia in favore della Georgia, sottolineando però la vittoria azzurra di Novembre contro i Lelos e l’inutilità di questa ipotesi, che non porterebbe miglioramenti alla qualità del torneo europeo, introducendo una squadra che nell’ultimo mondiale ha battuto di 1 solo punto la Namibia durante la pool qualificazione e quindi decisamente non all’altezza. Neanche l’ipotesi di un ritorno al Cinque Nazioni pare piacere al giornalista neozelandese, che evidenzia l’importanza degli sponsor che girano intorno alla televisione e al bacino di utenza, che in Italia si dimostra comunque essere sempre più ampio. Una riduzione del numero di squadre colpirebbe tutte le federazioni coinvolte, privando chi partecipa al torneo privato di introiti extra.

Una riflessione dura. Ma siamo sicuri che sia una riflessione così lontana dalla realtà?

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