Ieri a Torino (26 aprile, ndr), poco prima dell’incontro formativo tenuto per le società piemontesi dalla Fir dal titolo Lo sport di squadra: il rugby e chi lo racconta, il commissario tecnico della nazionale azzurra Conor O’Shea si è concesso alla stampa in una ricca e sentita intervista sul passato, il presente e soprattutto il futuro dell’Italrugby. Un’intervista a tutto tondo: dal Pro14 alle giovanili, per finire, ovviamente, con i mondiali nipponici. C’eravamo anche noi e questo è un sunto delle sue parole, cariche di una fiducia incredibile. Lasciamo a voi l’ardua scelta: se farvi contagiare dalla sua positività o rigettare al mittente le promesse.

O’Shea parte nella sua riflessione sul mondo azzurro ripercorrendo il lavoro degli ultimi anni: creare buone abitudini e una nuova struttura per il rugby italiano. Una struttura che unisca il lavoro con le giovanili e lo porti al massimo livello. Per la massima competitività.
Sto pensando a cosa abbiamo fatto in questi tre anni e il nostro obiettivo per il mondiale e il futuro. Solo adesso si iniziano a vedere i primi risultati del lavoro. All’inizio pensavo “abbiamo un sistema senza speranza” e lo pensavano anche i tifosi. Ora si vede un sistema diverso. Lo vedono tutti, anche se è giusto che io sia valutato sui risultati. Ma adesso il mio, anzi il nostro lavoro, parlando anche delle giovanili e delle franchigie del Pro14, è sotto gli occhi di tutti. Guardate Treviso, che domani (oggi 27 aprile, ndr) si giocherà l’accesso ai play-off. Anche le Zebre, che sono andate male quest’anno solo a causa degli infortuni, potranno l’anno prossimo contare su una profondità data dai permit player e dei ragazzi aggregati dall’Accademia, che permetterà loro di tornare competitivi. Se avessimo, come dico sempre, la bacchetta magica si potrebbe avere tutto e subito. Se avessimo gli stessi soldi degli altri paesi faremmo tutto e subito. Il nostro è un lavoro sistematico, che ora, dopo tre anni, inizia a dare frutti. Adesso quando si guardano le squadre nazionali si vede un’abitudine a giocare partite e a essere competitivi. E inizieremo anche a vincere con continuità. Se proseguiamo così possiamo diventare come l’Argentina. Penso che la nostra preparazione per il mondiale sia fondamentale: quattro, cinque mesi insieme per fare un passo avanti e vincere quelle partite che prima perdevamo, vedi Francia, Irlanda, Galles, Australia, Giappone, Scozia nel Sei Nazioni 2018. Ora il gap con le altre è davvero piccolo e la nostra possibilità di crescita è enorme. La mia opinione è che adesso abbiamo la fiducia. La nostra squadra, stando insieme per lungo tempo come fanno le altre grandi, può a lungo termine essere competitiva. I cambi però non si fanno in maniera veloce.
Ma ragionando sul passato si può tornare ad alcuni passi della storia ovale nostrana che hanno visto gli Azzurri competitivi e pericolosi per le altre grandi. Nel 1995 l’Irlanda di O’Shea perse contro l’Italia, che riportò la prima storica vittoria contro i tuttiverdi ed aprì un ciclo memorabile che condusse fino all’ingresso nel Sei Nazioni cinque stagioni più tardi, con in mezzo la coppa Fira e altre pesanti vittorie. Era più forte l’Italia di allora o l’Italia di oggi? Alla nostra domanda il ct O’Shea risponde così:
È impossibile da dire. Sono due mondi completamente diversi. Parliamo di un sistema che era amatoriale o quasi. Di sicuro nel momento in cui tutte le altre facevano dei cambi e diventavano professionisti, noi non l’abbiamo fatto. Anche solo la Scozia cinque o sette anni fa era in difficoltà ed ha investito sulle strutture ed ha fatto dei cambiamenti. Ora lo facciamo anche noi e facciamo i cambiamenti necessari per essere allo stesso livello. Spero con me, ma se non fosse così per me non è un problema. Noi facciamo il cambiamento per l’Italia e non per noi.

E poi ancora uno sguardo al futuro e agli obiettivi:
Bisogna avere una visione: ogni cosa è per il risultato da ottenere. Il focus è sulla prossima partita. Sempre. Alla fine del Sei Nazioni ero “rotto“, ma ho ritrovato la fiducia in vista del mondiale. Al mondiale ci aspettano due grandi sfide: incontrare Namibia e Canada nel giro di quattro giorni (22 e 26 settembre, ndr), che sono pochissimi per il rugby, e giocare con il Sud Africa. Abbiamo le potenzialità, con la giusta preparazione, il giusto lavoro insieme in questi mesi e con questo gruppo, di qualificarci ai quarti di finale. Ma il focus è sempre alla prossima partita. Una partita alla volta. Questa è la mia opinione, spero sia giusta.
Lo ha detto veramente. Quarti di finale. Il sogno. La speranza. Ripetetelo se volete: quartidifinale.
E infine, alla domanda su chi sia il pirata dello spogliatoio azzurro, il buon vecchio O’Shea si lascia scappare:
Non lo voglio dire… va bene: io. È importante avere una vena pirata nella propria mentalità. Fa bene. È meglio rispetto ad essere un robot.
