In Tha House con Abraham Steyn

Oggi apriamo le porte della nostra Club House a uno dei protagonisti del rugby italiano, reduce dall’avventura mondiale giapponese e pronto ad affrontare, insieme agli altri leoni della Benetton, una nuova stagione di Pro14. Un tripudio di positività, un’esplosione di good vibes, facciamo accomodare il terza linea di Treviso e della nazionale, classe 1992, Abraham Braam Steyn. Sì, Braam, come in Django la D è muta, qui è muta la A.

Ciao Braam, molto piacere e grazie per la disponibilità, come stai, com’è andato il rientro?

“Ciao grazie a te, molto bene, tutto a posto.”

A proposito di arrivi, mi racconti com’è stato il tuo arrivo in Italia?

“Ecco – ride – avevo deciso di fare un’esperienza europea e così sono arrivato a Mogliano, era la fine del 2012, faceva freddissimo, ero un po’ in shock.”

Effettivamente la differenza di temperatura è abbastanza evidente. Hai notato altre differenze eclatanti tra l’Italia ed il Sud Africa?

“Sì, il modo di mangiare. In Sud Africa si mangia un po’ di tutto, tutto insieme e a tutte le ore. Fai pranzo con un cappuccino – orrore e raccapriccio – mentre qui si mangia e si beve molto bene.”

Cambio rubrica, cambio ambientazione, ma sempre di mangiare e bere si parla. Amo il rugby e i rugbisti perché danno tanta soddisfazione. Chiusa parentesi, dicevamo.

Sì, la nostra cultura passa molto anche dalla tavola e dalla cucina. Tu sei goloso?

“No, direi che mi piace mangiare tutto, non c’è qualcosa che mi piace in particolare. In Italia si mangia molto bene e ci sono i migliori vini.”

Come darti torto? Ma devi seguire una dieta particolare o no?ӓ

“No, diciamo che è sempre bene seguire la dieta del tuo corpo, ascoltarlo e capire cosa è meglio per lui. Anche se adesso sto facendo un esperimento.”

Esperimento? Di che genere?

Diciamo che sto provando un’alimentazione vegetariana, senza carne.

Niente carne? Ommioddio! Questa non è una dieta, questa è tortura! E lui ride. Cosa ridi, stai parlando con me che sono di Firenze e praticamente sono cresciuta mangiando le mucche.

“Hai ragione – e continua a ridere – a Firenze vengo anche per questo motivo.”

Vabbè è una prova, facciamo che tra un paio di mesi ci risentiamo e mi dici come va.

Questa volta quella in shock sono io, provo a riprendermi riportando il discorso su un piano più rugbistico. Se mi riesce.

Dicevamo, sei arrivato in Italia, hai giocato a Mogliano e hai vinto il campionato, poi sei andato a Calvisano e hai vinto il campionato, senti ma un passaggio a Firenze? Così, giusto un paio di mesi, sai mai.”

Ride. “Ma no, nel rugby non conta solo un giocatore, ma tutta la squadra.” E continua a ridere.

Tutto giusto, ma visto che la squadra c’è, io un pensierino ce lo farei. Scherzi a parte, che differenze hai trovato tra l’Eccellenza e il Pro14?

“Io in Eccellenza mi sono trovato bene, perché venivo da un campionato in cui il ritmo ed il livello erano più elevati. Perciò mi riusciva tutto facile e mi sono abbastanza adagiato. Quando sono passato in Pro14 mi sono dovuto sforzare per ritrovare quel passo che avevo un po’ tralasciato, però è stato un bello stimolo per impegnarmi e migliorarmi.”

Se tu non avessi fatto il rugbista, cosa ti sarebbe piaciuto fare? Io proprio non ce la faccio a farmi i fatti miei.

“L’architetto. Quando ero negli Sharks studiavo architettura, perché lì c’è l’obbligo dello studio – una cosa santa – poi però col trasferimento in Italia e il passaggio in Pro14 ho lasciato gli studi perché era veramente difficile mantenerli. Un po’ mi è dispiaciuto.”

Effettivamente architettura è piuttosto impegnativa, però dai c’è sempre la possibilità di fare qualcosa del genere, mai dire mai. Invece c’è qualcosa del rugby che non ti piace o ti piace meno?

“No, del rugby mi piace tutto perché ti dà la possibilità di essere una persona normale. Giochi a rugby ma non sei una superstar, sei una persona come le altre, non sei su un piedistallo e non perdi il contatto con la realtà. Quello che mi piace di più è giocare, la parte di gioco sia in allenamento che, ovviamente, la partita.”

“Ti piace leggere?” A proposito di gioco, tipico esempio di tattica prettamente femminile, quella del cambio argomento con sottomano e finta di corpo come se fossi Lomu dei noi altri.

“Sì, molto ma non storie o biografie, piuttosto libri da cui posso imparare qualcosa, tipo i coaching, sempre per migliorare le mie performance sportive.”

E di musica cosa ti piace?

“Tutta la musica degli anni ’80, ma anche ’70. Quella va sempre bene.”

Hai ragione, posso confermare io che c’ero all’epoca. Momento tutorial: mi spieghi il tuo ruolo, tu giochi terza linea centro?

“In Benetton gioco più terza ala, ciò significa che devo fare un po’ di tutto, dalla difesa, agli impatti, poi sono molto coinvolto nelle touche sì, ti vedo spesso per aria – diciamo che io ci sono quasi in tutte le fasi di gioco. E mi piace perché sono uno molto attivo.”

Credit Benetton

“Io mi sono stancata solo ad ascoltarti. Senti è difficile non parlare con te di nazionale e mondiale, mi dici qual è la cosa che ti sei portato a casa di questa esperienza?”

“Un po’ tutta l’esperienza. Sia dal punto di vista sportivo, la possibilità di giocare per la prima volta in una delle più importanti competizioni che ci siano. Sia dal punto di vista umano, i momenti trascorsi con i compagni e col gruppo non li dimenticherò mai.”

Che effetto ti ha fatto giocare contro il Sudafrica?

“In realtà era la terza volta che ci giocavo contro. Indipendentemente da come è andata la partita mi ha fatto piacere rivedere ragazzi e persone con cui sono cresciuto. È stato bello poter trascorrere del tempo insieme anche dopo il match.”

Tu sei il tipo di giocatore in cui prevale di più la componente emotiva o quella cervellotica razionale?

“Essendo io un anglosassone, sono decisamente razionale – non puoi capire quanto ti stia invidiando in questo momento – ma anche dopo la partita, non mi piace perdere ma se succede non ci sto a pensare molto, è successo, andiamo avanti. Decido di vedere e prendere sempre il lato positivo di quello che mi succede per imparare e fare meglio la prossima volta. Inoltre la felicità si trova nelle cose che abbiamo. Anche se questo mio atteggiamento a volte fa arrabbiare i miei amici e compagni di squadra.”

Quanto mi piace questo ragazzo! Scusate, dicevamo.

Sì, hai ragione essere ottimisti è una scelta che se fatta consapevolmente è difficile da mantenere. Però ti capisco perché lo faccio anch’io. Poi come si dice: nel rugby non si perde, o si vince o si impara. Chiudo chiedendoti un pensiero sul campionato.

“Adesso sono concentrato su quello, vogliamo consolidare la buona performance della passata stagione e, perché no, migliorarci. In queste partite di inizio campionato abbiamo fatto più punti dell’anno scorso (due contro lo zero dell’anno scorso), già questo è un miglioramento.”

È vero: Braam è proprio un consapevole ottimista.

Senti ti dovrei fare la nostra consueta domanda di chiusura su chi sia il giocatore più pirata della truppa azzurra, ma tanto so già la risposta.

Ride e questa volta la sua risata contagia anche me. Federico scusa ma anche stavolta il titolo non te lo toglie nessuno.

Grazie Braam per il tempo che ci hai dedicato, gli argomenti per continuare a parlare in realtà non mancano, perciò ci risentiremo, nel frattempo buon rugby.


“A rugby si gioca con le mani e con i piedi, ma in particolare con la testa e con il cuore.” [Diego Dominguez]


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