ERANO GIOVANI E FORTI

di Emy Forlani

Erano giovani e forti, gli Springboks campioni del mondo del 1995. Erano gli Invincibili portati alla ribalta sul grande schermo anche dal bellissimo film “Invictus”.

Invincibili sul campo ma non nella vita: pochi giorni fa è venuto a mancare il terzo di quei fantastici ragazzi, il cinquantenne James Small, che raggiunge nei Campi Elisi della palla ovale i suoi compagni Ruben Kruger, morto nel 2010, e Joost van der Westhuizen, portato via dalla SLA due anni fa dopo aver commosso l’intero mondo del rugby con le sue ultime apparizioni in pubblico.

Quando muoiono ex atleti ancora giovani (qui si parla di uomini nati, rispettivamente, nel 1969, 1970 e 1971) subito inizia a serpeggiare qualche dubbio sul perché di queste morti. A volte i dubbi trovano risposte concrete ma, quasi sempre, restano solo sospetti.

Small placca Lomu durante la finale della RWC 1995.

Il primo nome che mi viene in mente, se penso ad un’atleta scomparsa decisamente troppo presto, è Florence Griffith-Joyner, la velocista americana dalle unghie incredibili, che correva come un treno e che è corsa incontro alla morte prestissimo, con una crisi epilettica fatale a soli 38 anni, nel 1998. Non era mai stata trovata positiva ai controlli anti-doping ma i sospetti erano tanti quando era in vita e sono aumentati ulteriormente dopo la sua scomparsa. Florence e le sue unghie da mondovisione volavano sulle piste di atletica di tutto il mondo e vincevano medaglie a grappoli negli stessi anni in cui lo facevano, tra gli altri, Ben Johnson e Lindford Christie, portatori di squalifiche per doping, con masse muscolari da eroi dei fumetti unite a prestazioni di velocità da motori turbo. 

Lo facevano tutti? Lo fanno tutti? Chissà.

Se sfoglio i miei ricordi legati in qualche modo a questo argomento, che saltano fuori dai cassetti della memoria e provengono da interviste, servizi e documentari, mi tornano alla mente anche cose. Tipo ciclisti che si dovevano alzare di notte per pedalare perché il sangue era reso così denso dai farmaci da richiedere di muoversi obbligatoriamente ogni certo numero di ore per non morire.

Da donna, se vado avanti con questi ricordi, provo orrore assoluto per il “doping di stato” applicato sistematicamente nell’ex Germania Est, che ha rovinato vita e salute di tante atlete, così tanto riempite di ormoni maschili, per farle diventare più grosse e più forti e portare a casa medaglie, da essere diventate sterili, irriconoscibili e, alcune, addirittura, uomini (cosa che già sembravano quando erano in gara).

Joost van der Westhuizen in sedia a rotelle a un match del suo Sud Africa.

Il povero Joost in sedia a rotelle, bellissimo oltre che giovane, amato e famoso, è un’immagine tristissima e molto forte della fine sfortunata e dura di uno sportivo. La SLA… In Italia, questa malattia è diventata tristemente celebre in associazione allo sport principalmente per aver colpito i calciatori Gianluca Signorini e Stefano Borgonovo. Ben prima, si iniziò a parlarne a livello mondiale per la scomparsa della star del baseball USA Lou Gehrig, morto nel 1941, a soli 37 anni, proprio per la “Malattia di Lou Gehrig”, o Sclerosi Laterale Amiotrofica.

Doping? Traumi ripetuti? Addirittura i diserbanti usati per trattare i campi da gioco? O semplice destino e sfortuna? Chissà.

Erano giovani e forti, erano Invincibili, ma ci hanno lasciato dannatamente presto.

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