Il nostro Ombrellone resta ancora piantato in Veneto, dopo le chiacchierate delle ultime due settimane. Sono molto contenta infatti di ospitare oggi un sorprendente coach Craig Green e uno spumeggiante capitano Paul Derbyshire del Rugby San Donà, club della Top12 che, a oggi, ha regalato più capitani alla nostra nazionale maggiore.
Partiamo con coach Green, trequarti ala degli All Blacks con i quali si laureò campione del mondo nel 1987, per poi trasferirsi a Treviso dove ha vinto uno scudetto da giocatore nella stagione 1988/89 e quattro da allenatore (2002/03; 2003/04; 2005/06; 2006/07). Lo raggiungo all’isola d’Elba (a proposito di ombrellone), tra i ragazzi del suo camp estivo.

Buonasera coach, è un grande piacere conoscerla e grazie per la disponibilità. Sono molto contenta di parlare con lei, la avviso so che lei è di poche parole, mentre io parlo anche con i muri, sicché non si preoccupi: mi può rispondere anche solo sì o no. [Ride] Lei è di Christchurch e si è trasferito in Italia, mi spiega quanto è difficile un cambiamento del genere, soprattutto per lei che proviene da un posto così tanto differente?
Effettivamente è stato uno shock all’inizio. Quando sono arrivato a Treviso era agosto e faceva molto caldo, ho cominciato ad allenarmi con la squadra, poi siamo andati in Galles e lì si stava bene, ma quando siamo tornati a Treviso c’erano 35 gradi. Ero sconvolto. Non contenti i miei compagni sono anche voluti uscire per cena e io mi domandavo come fosse possibile perché era sera tardi e loro mi risposero: “In Italia si mangia tardi”. Allora siamo usciti, erano le 23 e c’era un sacco di gente fuori. [Ride] Così mi sono ambientato e mi sono trovato bene, anche se ogni 7 o 8 anni vado via, poi torno, ma torno sempre qui.
Qui all’Elba? Questa scelta la capisco di più di Treviso. Ridiamo insieme.
Sì, sono arrivato qui dopo un gemellaggio col Tarvisium, ogni anno abbiamo quasi 40 bambini. Sai qui si sta bene, ci sono le spiagge dove i genitori possono rilassarsi durante il giorno e la sera vengono a prendere i figli.
E lei coach come si rilassa, fa qualcosa in particolare? Legge?
Ho due figlie di 17 e 19 anni, principalmente ne approfitto per stare con loro e seguirle in quello che fanno. Poi mi piace fare giardinaggio. Sistemare le piante e stare dietro a tutti i lavori di casa, sai in New Zealand ero carpentiere, quindi mi piace continuare questi lavoretti. (Non so se avete capito. Lui, campione del mondo di rugby, in Nuova Zelanda, tolti gli scarpini si metteva le scarpe anti-infortunistiche e via, cazzuola, calcina e gesso. È meraviglioso). Leggo a momenti e se trovo qualcosa di interessante, poi per un anno non leggo più. Tipo ora sto leggendo un libro che ho trovato nella casa che abbiamo preso qui all’Elba, è in inglese, l’ho guardato e ho pensato: “Mi piace”. Poi l’ho riguardato e mi sono ricordato che era quello dell’anno scorso che non avevo ancora letto.

Quanto la invidio, io ammazzo le piante col pensiero, cioè piuttosto che farsi accudire da me le piante si suicidano. Adesso le faccio l’ultima domanda coach, in tutta la sua carriera da allenatore e giocatore, qual è il rugbista più pirata che abbia incontrato?
È difficile rispondere perché ne ho conosciuti tanti – e ride – però ti posso dire che i rugbisti che chiamo appena scendo dall’aereo a casa mia sono quelli con cui giocavo a scuola, i miei compagni con cui sono sempre rimasto in contatto.
Grazie coach Green, grazie per questo scorcio di vita non ovale, grazie per le immagini meravigliose che mi ha raccontato, le quali la candidano di diritto al titolo di coach pirata.
