Partita grigia, Blacks stinti. La fine di un’era?


Il primo pensiero che mi è balenato in mente cercando di tracciare un’analisi della partita di ieri è stato quello relativo alla poca efficacia della coppia Mo’unga-Barrett, imbrigliata nella rete difensiva inglese e sottoposta a perenne e feroce salita della linea nemica, Tuilagi su tutti, autore di una sontuosa prestazione in chiave difensiva, che denota il percorso di miglioramento e crescita fatto dal centro di Eddie Jones. Ma se i calci di liberazione di Barrett, le giocate mai partite dalle mani di Mo’unga, i trequarti mai veramente liberati per le corse offensive mi sono sembrate la prima chiave di lettura di una partita grigia della linea arretrata All Blacks, mi sono poi dovuto spingere più in là nelle mie considerazioni, capendo che in realtà non era solo colpa del reparto degli smilzi tuttineri se le cose erano andate male.

Al di là della giornata di grazia del pack inglese – non nel senso che questa volta hanno imbroccato tutte le decisioni a differenza di altri incontri, ma nel senso che vederli giocare era veramente qualcosa di divino, un dono dal Cielo -, perennemente superiore nelle fasi statiche di mischia chiusa e touche, la partita si è risolta a favore degli europei nel breakdown. I punti d’incontro erano sempre stravinti dagli uomini in maglia bianca e i vari men in black sono parsi quasi intimoriti dalla prestazione maiuscola di Underhill, Curry e Itoje. Uno più mostro dell’altro. Punto il dito contro alcuni uomini chiave in senso negativo: Retallick sbadato e impacciato, forse non ancora al meglio della forma, nel primo tempo si macchia di diverse imprecisioni; Whitelock ha patito la sudditanza dei diretti avversari negli impatti, rispondendo con un fallo stupido (la smanacciata in faccia di Farrell), che è costato un calcio di punizione assolutamente evitabile frutto di una sofferenza psicologica che non ci si aspetta da un senatore dal lungo corso come lui; Scott Barrett preferito a Cane per mostrare muscoli, orgoglio ed energia e, invece, sostituito all’intervallo per palese inferiorità rispetto alle terze linee inglesi; il subentrante Cane, che paga lo scotto di entrare a giochi iniziati in un match tutto in salita e che pare non sia mai veramente sceso in campo. Loro, chiamati per ruolo ad essere sempre presenti nelle ruck per servire e proteggere, da buoni poliziotti di quartiere, hanno totalmente fallito il proprio compito.

Ma poi, com’è ovvio che sia, sono andato coi miei pensieri ancora più in profondità e ho forse capito che tutto ciò non era frutto di errori dei singoli giocatori o dei vari reparti. Gli All Blacks non hanno perso la semifinale mondiale perché la prima linea ha giocato male, o la coppia di playmaker era in giornata no. Non è una partita persa a causa dei turnover concessi o della supremazia territoriale avversaria. Le speranze dei neozelandesi si sono perse per strada, minuto dopo minuto, per una perfetta impostazione degli uomini di Eddie Jones. Il volpone australiano ha studiato tutto, ha capito tutto, ha predisposto tutto. Sapeva anche a che ora si sarebbero cambiati le mutande la sera prima ed ha agito di conseguenza. Chapeau. Bisogna essere onesti: prima di dire che la semifinale è stata persa dalla Nuova Zelanda bisogna ammettere che la partita l’ha vinta l’Inghilterra. Onore a Farrell e compagni, capaci di fare tutto – anche concedere 7 punti evitabili – e farlo come e quando volevano nel corso degli 80′.

La domanda finale, che ora questa partita, la partita del mondiale, dell’anno, del decennio, qualcuno ha addirittura detto del secolo, ci lascia è questa: è finita l’era del colore nero? Dopo gli scricchiolii causati dall’Irlanda nelle ultime stagioni, il Rugby Championship perso in malo modo quest’estate e la caduta contro la corazzata inglese in Giappone, possiamo dire che c’è veramente – finalmente, direbbe qualcuno – il rischio che gli All Blacks non vengano più considerati i più forti del mondo? O la prossima estate, all’apertura della nuova stagione internazionale, ricomincerà la sudditanza psicologica, fisica e motivazionale nei confronti dei Kiwi?

Chi vivrà vedrà. Tipo la regina Elisabetta, che è immortale.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *