Nel momento in cui il mondo del rugby internazionale si interroga sulla questione Folau, sulle sue parole, su dove finisce la libertà di espressione e di manifestazione della propria fede e dove invece iniziano le ingiurie verso gli altri, la mancanza di rispetto e la stupidaggine umana, abbiamo deciso di presentarvi a un evento che, incarnando a fondo la dottrina del rugby come sport per tutti, ha deciso di dare spazio a giocatori e uomini meno fortunati.
Si tratta del 1° trofeo internazionale Una meta per la vita, organizzato nel mese di maggio e con finalissima a Rivoli, poco distante da Torino. Le promotrici del torneo sono alcune società piemontesi, lombarde e liguri, coadiuvate dal Coni, la Fir, la Uisp e altre piccole e grandi associazioni che si adoperano nel campo del sociale e dell’inclusione. I destinatari ultimi del progetto sono i meno fortunati: uomini, donne e bambini che a fatica possono accedere alla sanità, alla scuola, allo sport. I fondi raccolti nella tre giorni di partite, appuntamenti ludici e conferenze, a cui da madrina farà la campionissima Bebe Vio, verranno usati per promuovere azioni umanitarie in Burkina Faso.

In particolare a sfidarsi nella finalissima saranno da un lato la società Le Tre Rose di Casale Monferrato, partecipante alla serie C2 piemontese e operante da anni sotto la spinta del suo presidente Paolo Pensa nel campo dell’inclusione attraverso la disciplina ovale; dall’altro il Valledora Rugby, fresco di un progetto insieme al CAS di Alpignano e che ha sfruttato negli ultimi anni il rugby come possibilità di conoscenza, apprendimento e relazione fra persone provenienti da varie parti del mondo e cittadini del territorio torinese. Un vero momento di sport, di rugby, di fratellanza. Perché come esplicita il motto del trofeo:
Lo sport non è solo disciplina, allenamento e competizione: lo sport è prima di tutto solidarietà, onestà e rispetto per gli altri.
