Sei Nazioni 2020: tutto puo’ succedere?!


Manca davvero uno sputo al calcio d’inizio del Torneo più bello, più amato, più aspettato del nostro emisfero e, perché no, del mondo ovale intero.

Manca pochissimo e Valerio di Ohvale.it ed io abbiamo deciso di incrociare le spade e le idee una volta ancora. Pronostici, auspici, auguri. Tutti racchiusi in un botta e risposta.

Proverò a essere metodico nella presentazione di quelle che secondo me sono le possibilità di far bene (e quanto possano far bene solo Dio lo sa… o forse Eddie Jones) delle singole formazioni. Il mio intento è quello di sviscerare i team secondo le quote dei bookmakers, ossia dall’Inghilterra all’Italia, mettendo in evidenzia quello che, a parer mio, è il peggior punto di debolezza e la più grande positività di ogni squadra.

Leggi la risposta di Valerio al Prof su ohvale.it

Inizio, allora. Partendo dai non-campioni in carica. Non-campioni della scorsa edizione del Sei Nazioni, pur parendo per lunghi tratti la squadra più in palla. I non-campioni della RWC 2019, capaci di annichilire gli All Blacks in una semifinale da capogiro e crollare poi sotto le cariche e la tenacia degli Springboks il 2 novembre scorso. I non-campioni che sembrano dover vincere sempre e poi restano sugli scudi per l’aver tolto presto e male la medaglia d’argento in Giappone. Fermo restando che sono gli uomini da battere, credo che il XV della Rosa (o il XXIII della Rosa considerato il discorso di starter&finisher di quella vecchia volpe di Eddie Jones) sia stato messo su uno scalino troppo alto della scala dei valori dell’ovale internazionale in questo pre-Six Nations. Rimangono comunque quelli favoriti, quelli da battere, quelli che rifileranno magari 40 punti di scarto agli Azzurri a Roma. Ma la loro parabola è forse in una fase calante, o perlomeno di stallo. E non sono i soli a scendere, ma di questo parlerò tra poco. Il punto maggiormente delicato e pericoloso per gli uomini della Regina? La merda in cui sono stati costretti a sguazzare da novembre in avanti. La polemica della medaglia, la disattesa delle aspettative, lo scandalo Saracens, il rischio di frattura nello spogliatoio (anche se, a sentir Farrell e i suoi sembra che tutto vada bene… ma che poi lo verrebbero a dire a noi che non vedono l’ora di prendersi a cazzottoni?). Le buone notizie in questi tre mesi sono state poche e spesso relegate ai trafiletti di pagine che nessuno legge sui giornali ovali che contano. La loro miglior forza? Eddie Jones, sempre e comunque. Uno così può tirarti fuori la prestazione della vita da quindici (o ventitré) sassi in riva al mare, se lo volesse. Il mio pronostico? Due sconfitte, probabilmente Francia e Galles, secondo posto.


Il Galles, i campioni in carica, quarti al mondiale. La squadra più solida. La solita squadra che in difesa è eccezionale e che con sprazzi di energica fantasia riesce a far pendere i match dalla sua parte. La corsa della RWC non ha fruttato tanto quanto i tifosi dei Dragoni avevano sperato, ma poter credere che Alun Wyn Jones e soci tenessero quel livello di imbarazzante superiorità per tutto il corso della passata stagione era certamente troppo azzardato. Ora parte un nuovo ciclo. Il ciclo di Pivac, che deve essere in grado di mescolare solidità e chilometraggio con furia e gioventù. Ossia mettere insieme la meticolosità di un Biggar o di un Halfpenny con il brio di quel ragazzaccio che è Rees-Zammit. Mamma mia, che paura che mi fa sta freccia nella faretra dei trequarti gallesi! Il loro più grande inciampo però potrebbe essere dettato dall’insicurezza: la squadra può riuscire bene quanto la scorsa stagione? sarà così facile lasciarsi alle spalle il ciclo di Gatland? il gruppo dei senatori del team sarà in grado di accompagnare, correggere e ritirarsi nell’ombra nei momenti opportuni o sarà una presenza costante e forse d’impiccio per i nuovi nomi emergenti? La loro grande fortuna? Giocare la prima con l’Italia e, sulla carta, poter partire con maggior semplicità e col piede giusto il cammino del torneo. Pronostico: due sconfitte, presumibilmente con Francia e Irlanda, terzo posto per differenza bonus non raggiunti in attacco, cosa che l’Inghilterra avrà con maggior facilità.


Irlanda. Cosa si può dire su questa nuova squadra di Andy Farrell? Beh, innanzitutto che di nuovo ha ben poco. Anzi, si è andati anche a ripescare Devin Toner, escluso al mondiale. Senza nulla togliere alla solidissima seconda linea del Leinster, credo che la nazionale tuttaverde stia pagando uno scotto enorme nei confronti della franchigia blu dublinese. Tanto vanno alla grande e a gonfie vele quest’ultimi, tanto può esser difficile riuscire a ripetere la ricchezza di risultati a livello di selezione nazionale. Già, perché le due compagini non sono affatto da assimilare: la federazione del Trifoglio deve poggiarsi sui quattro bastioni delle province, coprendo con la sua coperta i vari ruoli e le varie attitudini di centinaia di giocatori, valutando, dirimendo, ragionando su chi possano essere i migliori e su chi possano essere i meno peggio talvolta da escludere. Il risultato? Mediocre a parer mio. Si potesse replicare il Leinster in tutto e per tutto allora probabilmente la nazionale irlandese sarebbe la favorita alla vittoria finale, ma, pur prendendo fior fior di giocatori dalle altre franchigie, l’amalgama finale risulta grumosa e il gioco riprodotto non ha lo stesso gusto di quello che i dubliners mostrano in coppa e Pro14. A questo, che secondo me è il grande punto negativo dei folletti verdi (oh, d’altronde manco l’Argentina ha bissato l’annata degli Jaguares!), va aggiunta la scelta forse troppo codarda (so che me lo dovrò rimangiare!) di Farrell, il quale pare aver optato per un usato garantito anziché giocarsi il tutto e per tutto con dei possibili frizzanti volti nuovi. Il punto di forza? Le classe delle mani degli uomini sulla linea dei trequarti. Con quelle capacità potrebbero rubare in Chiesa ed esser osannati come santi. Pronostico: tre sconfitte e quarto posto.

L’Irlanda non è il Leinster, malgrado Farrell abbia richiamato Toner. Foto D’Alessandri.

A rigor di logica dovrei parlare della Francia, dato che dovrebbe piazzarsi meglio della Scozia secondo i pendolini di Mosca dei puntatori. Ma, in continuità con le descrizioni negative, faccio uno strappo alla regola che io stesso mi son dato e affronto prima la nazionale del Cardo, la quale, a parer mio, è la peggiore che ci possa essere. Sia tra le formazioni anglofone che, in generale, in tutto il torneo. La Scozia di Townsend, unico coach delle big europee riconfermato dopo il mondiale insieme a Jones, non è una squadra che dovrebbe scendere in campo questo weekend. Magari dando loro ancora un mesetto di ritiro, facendo smettere di tremare la panchina del povero Gregor, che, diciamocelo, probabilmente è un miracolato o si è legato alla sedia del comando per poter essere ancora lì dopo quella partita contro il Giappone alla RWC, facendo fare i riti voodoo del caso per far fare la pace tra la federazione e Finn Russell (perché senza di lui non c’è proprio storia, ahinoi, per i Blu di Britannia), magari, dico, magari, una partita potrebbero portarsela a casa. E non credo potrebbe essere quella a Roma. Punti negativi ne hanno fin troppi: da Russell a Graham, passando per Townsend e l’annata giù di tono dei giocatori sponda Glasgow. Grande coniglio nel cappello è però l’investitura di Hogg a capitano. Se l’estremo sarà in grado di parlare con l’arbitro e perseverare nell’essere un diavolo scatenato in campo così come ci aveva abituato fino a pochi mesi fa, allora qualche dio dall’Olimpo ovale potrebbe muoversi a compassione nei loro confronti. Risultato finale: ultimi, tutte perse.


Passando alle cugine continentali, come avrete capito, mi sto giocando la Francia campione. Il progetto di Galthié e della FFR è sicuramente a lungo termine, ma è anche l’unico che sembra essere stato palesato e strutturato con la dovizia del caso per poter iniziare a raccogliere dei frutti fin da subito. Anche se andasse male e la prima partita contro l’Inghilterra producesse un poco o nulla di fatto per i Bleus, la loro reale possibilità di ambire alla vittoria finale potrebbe non essere del tutto inficiata. Tanti giovani, tanti campioni del mondo under20, tanta freschezza, una nuova figura di capitano, Ollivon, credibile e capace, un bel rapporto tra Lega Top14 e staff nazionale. Le carte sono state mescolate e messe per bene sulla plancia di gioco. I carri armati sono stati suddivisi e le strategie sono già pronte, affinate e affilate, per colpire e fare male. Il Risiko di Francia può partire. E può esser devastante. Anche un capitombolo, in questa annata, non dovrebbe esser troppo destabilizzante per i futuri auspici: questa squadra può ben sperare di fare il colpaccio in casa nel 2023. Se tutto questo è il loro lato migliore vi è poi l’aspetto negativo: la Francia è fatta dai francesi e quello che succede nel loro spogliatoio è quanto di più indecifrabile ci possa essere. Magari domattina esce la notizia che qualcuno ha detto a Chat che ha un collo che fa provincia e lui se l’è presa, con tanti saluti e baci di tranquillità mentale, programmazione strategica e obiettivi comuni.


Bigi nazionale. Siamo nelle tue mani, capitano! Foto Delfrate.

Infine i nostri Azzurri. Gli Azzurri di Smith, coach ad interim. Gli Azzurri di Bigi, neo capitano, condottiero guida di un gruppo di nuovi senatori. O deputati, se senatori “fa troppo vecchi”. Scherzi a parte la nostra nazionale ha quest’anno un grande merito: quello di essersi buttato alle spalle la paura e il blocco del perdente. Non tanto perché abbiamo fatto delle grandi vittorie nell’ultima stagione (Russia, Namibia e Canada sinceramente erano squadre nettamente inferiori), ma per la mentalità che, passo dopo passo, sembra esser definitivamente cambiata. Dall’era O’Shea la competitività della nostra nazionale è sempre cresciuta. La scorsa stagione al Sei Nazioni abbiamo messo in fila almeno tre sconfitte decorose contro Galles, Irlanda e Francia. Più la Scozia l’anno prima. Inoltre negli ultimi anni la coperta si è palesemente allungata in molti ruoli (terze linee su tutte, ma anche il triangolo allargato e la gioventù gagliarda delle prime linee). La Benetton Treviso in grande spolvero la scorsa primavera ha poi ringalluzzito il panorama azzurro e ha dato grande credibilità ai nostri giocatori, instillando loro fiducia e preoccupando spesso gli avversari, sempre meno convinti di venire nel Bel Paese per monumenti e passeggiate. Tutto questo è quanto di positivo c’è stato e c’è. Ma non è solo questo. No, è che i nostri giocatori, la nostra fanbase, l’Italia ovale tutta si è stufata di perdere. Ne è colma la misura. Lo sanno tutti. Anche fuori. Se questo sentimento di rivalsa è la nostra arma più micidiale, dobbiamo però esser onesti anche nel dire quale è la nostra più grande difficoltà. L’italianità di Italia ci colpisce. Siamo nell’anno delle elezioni federali, siamo all’interno di strutture talvolta confusionarie, che dettano scelte e le fanno trasparire senza una reale o volontaria programmazione (vedi il caso Howley o la stessa firma di Smith come assistant coach lo scorso anno). Un’Italia del rugby che, tra le mille positività, ha anche molte zone d’ombra e che rischia di ingarbugliarsi da sola, buttando benzina sul fuoco quando non dovrebbe, distraendo chi dovrebbe concentrarsi su dare il 300% in campo e facendo parlare di sé quando invece si dovrebbe (e spesso vorrebbe) parlare solo di quanto avviene sul rettangolo verde di gioco. Alla fine? Ne vinciamo una. Le combattiamo tutte e, specialmente con Galles e Irlanda, ci andiamo parecchio vicino. Oh, poi… mai dire mai. Magari ne vinciamo tre.


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