Mal di rugby


In Campania c’è la rivolta che manco in Sicilia nel 1893. In Argentina stanno chiusi da questa primavera in casa. In Piemonte da lunedì c’è il coprifuoco. In Sudafrica qualcuno dice che dopo aver vinto il mondiale non ha più senso giocare, meglio ritirarsi da vincitori che subire gli sfaceli di un lento declino. Io lunedì mattina ho la prova del concorso scuola e al momento mi sento inadatto alla vita al pari di Zeno Cosini quando deve sceglier moglie.
Bene, finiti i preamboli su storia, società e la famiglia tutto a posto, veniamo al sodo.

Quanti schiaffi ci ha rifilato l’Irlanda? Per citare Montale: spesso il mal di rugby ho incontrato, è il placcaggio mancato, il calcio troppo centrale con la linea che non sale, il sostegno in ritardo che isola il compagno.
Ecco: ma che scherziamo? Eh, ma il Covid, gli allenamenti, lo star fermi tanto tempo. In Irlanda ora son chiusi negli appartamenti come topi… ma di che parliamo? Eh, ma negli ultimi vent’anni loro hanno macinato gioco e noi siam rimasti sempre fermi… ma chi se ne frega! A chi interessano ancora queste filippiche? A chi servono? A chi le dice? A chi le ascolta?
Il tifoso di rugby in Italia è un animale raro in via di estinzione. Manca poco che quando c’è il Sei Nazioni in tv compaia il cartellone pubblicitario della WWF. Ormai se facciamo un gruppo whatsapp di quelli che guardano la partita su DMax e ridono delle battute di Munari e Raimondi ci accorgiamo che siamo quanti i genitori della prima asilo di Moncenisio (all’anagrafe abitanti 33).
E non ridete. Ché a questo punto siamo talmente pochi che vi sento. E non piangete. Ché di sto periodo nessuno può darvi una pacca sulle spalle.
Non ci resta che incazzarci. Ma nemmeno quello è ottimale, non fa bene alla salute.
Spesso il mal di rugby ho incontrato. Una situazione talmente opprimente che toglie il fiato. La passione brucia. Però quando brucia troppo scotta. Siamo gli scottati italiani, i grandi ustionati azzurri. Abbiamo un livello di sopportazione del dolore che al pari la raccolta di poesie “Il dolore” di Ungaretti è una fresca passeggiata in riva al mare. Siamo a un passo dall’esaurimento nervoso, due dal prendere decisioni drastiche e tre dal farci internare come la moglie di Pirandello.
È tutto. Scusatemi, mentre scrivo ripasso per il concorso. Adesso vado a rivedermi cosa dicono i critici di Leopardi sul pessimismo cosmico. Così mi tiro su dopo la partita.

One thought on “Mal di rugby

  1. siamo quello che siamo, il risultato di venti anni buttati al vento senza un minimo di programmazione, scelte sciagurate, presidenti che non hanno il coraggio di lasciare perché hanno fallito, e poi ci siamo noi tifosi che ad ogni fischio d’inizio speriamo di vedere un Italia versione Giappone ma, dopo pochi minuti ci svegliamo e Munari ci fa tornare sulla terra.

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