Che pirata quel Jake Polledri

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Il nostro terza linea azzurro ha fatto incetta di premi quest’anno. D’altronde con una stagione come quella scorsa, un mondiale e un inizio del nuovo anno ovale come il suo, non essere annoverato tra i migliori del panorama europeo e mondiale sarebbe davvero strano. Per il nostro gruppo Facebook La Taverna del Terzo Tempo era stato anche il Pirata della RWC italiana. E allora, cercando di placcarlo per un’intervista attraverso il nostro madrelingua inglese Scott , lo abbiamo raggiunto, anche se solo sotto Natale. Ma si sa, al primo placcaggio (o secondo, terzo, quarto) chi lo ferma?

Eccovi quindi, cari compagni filibustieri, la chiacchierata con il nostro pirata Jake Polledri!

Intervista di Scott Ingleton


La stella di Gloucester e della nazionale italiana ha concesso un’intervista preziosa a noi di Rugby Pirates. Qui troverete alcune chicche sul suo approdo nel mondo del rugby, le sue radici italiane, la decisione difficile tra le nazionali, e come un commento di un uomo in particolare lo abbia aiutato a diventare uno dei fanker più emozionanti del mondo, uno capace di dominare il gioco.

Partendo dalle sue radici del rugby, gli abbiamo chiesto come si è avvicinato al gioco, come ha affrontato il rugby e quali sono state le sue influenze maggiori.

Mio padre era il capitano dei Bristol allora, prima che tutte queste regole di sicurezza e salute venissero fuori, e penso che abbia guadagnato all’incirca 500 trofei. Considerando le condizioni, penso che sia incredibile. Ci ha sempre guidati nel rugby (era letteralmente il nostro taxista!) e mi ha decisamente fatto appassionare al gioco.

Ma c’è sempre stato il rugby, oppure c’era qualche altro sport che ti ha colpito, Jake?

Giocavo a calcio, cricket e hockey, ma li ho sempre visti come allenamento extra per il rugby. Nel calcio devi essere agile. Nel cricket devi essere veloce e avere un buon tempo di reazione e nell’hockey devi essere un duro. Metti le cose insieme e ottieni un giocatore di rugby niente male, in più si deve certamente giocare a rugby. Li ho presi tutti alquanto sul serio, ma sempre perché sapevo che mi avrebbero aiutato a giocare meglio il mio sport.

Come precisazione personale, nonostante io ami il rugby adesso, quando andavo a scuola il mio sport era il basket, visto che sono piuttosto alto. Considerando che Jake misura 1,90 m ci domandiamo se sia sempre stato un grande gigante gentile.

No, infatti quando frequentavo l’accademia di Bristol ero molto piccolo di statura. Mi hanno fatto fuori perché non ce l’avrei fatta nel mondo del rugby a causa della mia altezza – con questo non parlo dell’accademia come tale, ma solo di una persona. I flanker tendono essere grossi ed io lo ero, ma ero soltanto poco più di un metro e sessanta, ciononostante sapevo quello che stavo facendo, mi sono allenato duramente ed ero determinato a dimostrare che ce l’avrei fatta. Molti dei miei primi successi sono dovuti/attribuiti a lui, ho voluto dimostrargli che si sbagliava sul mio conto, ero solo un ragazzo, e gli ho fatto vedere che errore avesse fatto nel buttarmi fuori. Mi piace pensare che glielo dimostro ogni volta che mi guarda giocare adesso.

Noi tutti concordiamo pienamente con ciò che Jake fece per provare la sua forza e di nuovo considerando il ruolo del flanker, gli abbiamo chiesto se abbia mai avuto qualche legame con i campi italiani, in particolare con giocatori come Sergio Parisse o Sebastian Negri, e le differenze che ci sono nel passare da un contesto rugbistico inglese a uno italiano.

Beh, mio nonno, che ha 92 anni e può a mala pena parlare nei suoi giorni migliori, non sa l’inglese, quindi io sono cresciuto con delle influenze italiane. Ma oltre al legame con i miei nonni la mia educazione è stata molto inglese, e c’è stato sicuramente un iniziale shock fra le due culture. Mia moglie ed io stiamo al momento cercando di imparare l’italiano, ma non abbiamo neanche ancora incominciato a studiare il passato! Ma rispondendo alla tua domanda sì, ho dei legami con Seb. Ci siamo incontrati quando entrambi giocavamo insieme al college ad Hartpury; lui studiava all’università mentre io giocavo soltanto per la squadra, e siamo andati fin da subito d’accordo. Lui è stata una delle ragioni per cui sono finito a giocare con l’under 20 italiana, e poi nuovamente quando ho giocato per la prima squadra. Con Seb che arrivava dallo Zimbabwe era semplice poter parlare con qualcuno in campo, e Sergio si è sempre preoccupato che io fossi in grado di capire tutto, ciononostante voleva che si parlasse italiano il più possibile!

Capiamo completamente, l’italiano è una lingua difficile da capire (soprattutto se si proviene da un contesto completamente inglese e si cerca di imparare la lingua). Parlando della squadra nazionale, abbiamo chiesto a Jake se sia mai stato contattato dai reclutatori, e se sì come ha affrontato la scelta tra le due nazioni.

È stato Conor O’Shea che per primo mi ha contattato quando stavo a Gloucester. Era in Inghilterra per qualcosa che aveva a che fare con la questione arbitri quando mi ha chiamato e mi ha chiesto un incontro. Mi ha presentato la sua idea della squadra italiana e devo dire che ero piuttosto convinto, mi piacevano le sue idee, e avevo davvero una decisione difficile tra le mani. Ne ho parlato con mio padre a riguardo, e dopo molti pensieri ho deciso di andare in Italia. Volevo giocare a livello internazionale e a questo punto la scelta era tra l’andare in Italia subito oppure aspettare e rischiare di non essere mai scelto dalla squadra inglese. Se tornassi indietro prenderei sicuramente la stessa decisione. Non ho rimpianti.

La partita contro il Canada alla RWC 2019 ha visto Jake esser premiato come Man of the match. Foto www.rugbyworldcup.com

Noi concordiamo nel dire che l’Italia ha un grande potenziale, lo abbiamo appurato tutti nelle partite contro Canada e Namibia. In realtà ci domandiamo se Jake consideri la sua performance da Man of the match della partita contro la squadra canadese una delle sue migliori apparizioni. 

Sì, penso che ad oggi sia una delle migliori. L’intera coppa del mondo è stata un’esperienza incredibile, tranne l’episodio del cartellino rosso certamente. Decisioni stupide come quella ci sono costate care contro il Sudafrica ed è stato un boccone amaro da mandare giù, sapevamo di essere migliori di così.

Concordiamo con te nel dire che è stata una brutta pagina del rugby italiano degli ultimi dieci anni, che nelle partite importanti la pressione e gli errori stupidi giocano un ruolo da protagonista. Tuttavia, abbiamo notato che quel qualcosa di negativo che c’era è scomparso dal gioco dell’Italia, e abbiamo chiesto a Jake se sia legato all’influenza di O’Shea sulla squadra.

Lui ha fin da subito avuto un grosso impatto sulla squadra, se questi errori sono scomparsi come tu sostieni. Ci ha aiutato a migliorare, a diventare dei giocatori di rugby più intelligenti. Ero deluso quando abbiamo scoperto che se ne sarebbe andato, ma era una cosa da aspettarsi, il suo contratto era quasi terminato dopotutto. In più è distante dalla sua famiglia e dai suoi figli, la sua scelta è comprensibile.

Certo è che, quando si ha la famiglia, bisogna scegliere le proprie priorità. Noi speriamo che Franco Smith sia un allenatore ugualmente valido. Ma è doveroso chiedere quale sia il sentimento in campo dopo la coppa del mondo, e dopo la deludente notizia che la partita contro la Nuova Zelanda fosse stata cancellata.

Da dopo il mondiale ci sentiamo molto ottimisti. Due vittorie su tre è stato un buon modo per concludere il nostro percorso, nonostante fossimo ovviamente frustrati per la cancellazione del match contro la Nuova Zelanda. Mi sono sentito male per Sergio (Parisse) e Leo (Ghiraldini): di certo per loro non deve essere stato un bel modo di concludere la loro carriera e uscire così dal mondo del rugby internazionale. Penso che Sergio abbia ragione nel dire che, se la Nuova Zelanda avesse avuto bisogno di una vittoria, allora la partita si sarebbe giocata. Chi lo sa. Ma la cosa più importante è che abbiamo affrontato un mondiale, sorprendendo tutti quelli che pensavano di sapere qualcosa su di noi. Con il cambio dello staff interno nessuno si aspetta che l’Italia vinca il prossimo Sei Nazioni nel 2020, ma nessuno sa quel che può succedere. 

Con questo pensiero ottimista concludiamo l’intervista. Auguriamo il meglio a Polledri nel suo impegno con la squadra del Gloucester e con la nazionale italiana. L’imminente Sei Nazioni sarà affascinante. Forza Italia!


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