Alberto Sgarbi il trait d’union del rugby


Visto che sono a Treviso ne approfitto per incontrare un giocatore che ho conosciuto durante un test match (non esistono le amichevoli nel rugby), a Parma l’anno scorso. Classe 1986, primo o secondo centro, sia in franchigia che in nazionale, ma soprattutto capitano e bandiera della Benetton. Signore e signori, lettori attenti e distratti, sono veramente contenta, ed anche un po’ emozionata, di aprire la nostra Club House virtuale ad Alberto Sgarbi.

Ciao Alberto, molto piacere e grazie per la disponibilità. Come stai?

Ciao, piacere mio, bene grazie.

Come dicevo sono emozionata al punto che anche il mio condominio mentale è in religioso silenzio. E vi giuro che questo capita molto raramente. Per questo motivo – per rompere il ghiaccio – comincio subito con una domanda tecnica. Mi fai un tutorial del tuo ruolo?

Allora il mio è un ruolo di collegamento con l’apertura per aiutarla a gestire il gioco, serve per creare palle veloci in attacco e per dare forza alla difesa. È un ruolo direttivo e molto fisico.

Un trait d’union a tutti gli effetti tra gli avanti e l’apertura. Un ruolo direttivo, non a caso sei il capitano. Vedo sul balcone del primo piano le inquiline secchione, quelle che studiano sempre, alzare la mano. Sì, come ha detto Tommaso Boni è un ruolo soggetto ad interpretazione che fa un po’ di tutto.

Credit Mastromartino

Hai sempre giocato da centro o hai ricoperto anche altri ruoli?

 No, ho giocato anche apertura, estremo, ala e terza linea. Insomma ho fatto un po’ tutto quello che serviva.

Praticare sport fin da piccoli aiuta, si sa, nel tuo caso in cosa ti sei sentito supportato e sostenuto dal rugby?

A livello caratteriale tantissimo, mi ha insegnato a stare insieme ad altre persone, a vivere il confronto con gli altri in modo formativo.

Nella tua lunga carriera qual è stato il cambiamento o i cambiamenti più rilevanti nel rugby?

Si sta andando verso un rugby più spettacolare a livello di gioco, che comporta un livello maggiore di intensità, di velocità e così via. Parallelamente c’è molta attenzione all’incolumità dei giocatori, pensa alla concussion – quando durante la patita un giocatore prende una botta in testa che lo stordisce – sia a livello di regolamento che di preparazione.

Quindi si è adeguata anche la tecnica di allenamento?

Sì adesso anche la preparazione va in quella direzione, per questo ti dicevo dell’intensità di gioco perché a livello fisico c’è un lavoro mirato a prepararsi strutturalmente in un determinato modo.

Credit Benetton

E sempre approfittando della tua esperienza, in cosa ad oggi è ancora molto limitato il rugby o fa fatica o, addirittura, ha paura a fare?

Di diventare sport professionistico. È uno step che ancora non riesce a fare. Noi siamo professionisti a tutti gli effetti ma non lo siamo fino in fondo. Perché non siamo riconosciuti come tali. Essere riconosciuti come professionisti oltre ad offrire tutta una serie di garanzie, porterebbe tutti ad avere una sorta di approccio differente. Quello che si ha quando ti rapporti con un professionista di qualsiasi settore.

Una cosa che mi piace di Alberto è il riguardo che ha nello spiegarmi i suoi ragionamenti, la cura con cui sceglie le parole, motivo per cui tutte le mie inquiline mentali sono calme ed intente a prendere appunti.

Quali sono i tuoi interessi e le tue passioni? Sono emozionata ed anche un po’ i n soggezione, ma i fatti miei non me li faccio lo stesso.

Mi piace la montagna, escursioni e passeggiate. Ma anche l’agricoltura.

Coltivi la terra?

Mi piacerebbe farlo bene quanto mio nonno.

Invidia, io faccio morire ogni sorta di pianta col pensiero. Alla sola idea di prendere una pianta quella si suicida. Mi sta sopravvivendo la salvia sul balcone ma solo perché è convinta di essere Bruce Willis in Die hard. E come musica che genere ti piace?

Ride. Il rock è il mio genere – l’ho già detto che mi piace questo ragazzo? – però ascolto anche un po’ di musica italiana.

Torniamo a te. Grazie al rugby per?

Lo sport mi ha reso un privilegiato, mi ha dato la possibilità di viaggiare, mi ha reso economicamente indipendente piuttosto presto. Ho potuto fare delle esperienze che altri miei coetanei hanno fatto più tardi.

Di contro?

Ho sacrificato qualche hobby e non ho approfondito lo studio come avrei voluto.

E qui ho aperto una meravigliosa parentesi scolastica che ci ha visti concordi sull’importanza fondamentale dello studio, e felici del fatto che adesso ci siano molte più possibilità per approcciarsi allo studio anche da grandi. Cose che ai nostri tempi non c’erano. Il mio condominio e tutto l’isolato hanno riso e stanno ancora ridendo. Lo so che sono più grande anche di Alberto. Noiose. Chiusa parentesi.

Credit Benetton

Come vedi questa nuova generazione di rugbisti?

Sono molto motivati ed hanno tanto entusiasmo. Inoltre sono molto più preparati fisicamente, sai essendoci adesso le accademie sono più abituati e più avanti rispetto a come lo potevamo essere noi – il nostro ospite non viene da nessuna Accademia praticamente una rarità – riescono ad imparare osservando, rubano con gli occhi. Ma resta la base per tutti di lavorare duro e con umiltà.

In questo contesto è importante avere un esempio?

Sì, diciamo che prima lo stacco generazionale si sentiva di più e forse era giusto così, adesso si tende a sentirlo meno. A volte è un bene, perché come si diceva prima gli sportivi, anche se giovani di età conducono una vita da adulti, altre volte, invece, chi dovrebbe dare l’esempio da adulto è il primo a non esserlo.

No inquiline, buone, non sta facendo un cazziatone a me. E sono sicura che non conosca mia mamma. Alberto hai parlato con mia mamma per caso? Cambiamo discorso. Tu sei uno di quelli che mangiano perché devono sopravvivere o sei un goloso?

No io mangio tanto e un po’ tutto – bravissimo – ma sono più il salato che per il dolce.

Io potrei stare un altro paio d’ore al telefono con te per la quantità di curiosità che ho ancora addosso, ma mi riservo di fare una seconda puntata più avanti. Adesso, per favore, dimmi quale giocatore vedresti bene su un galeone dei pirati?

Ludovico Nitoglia e Brendan Williams.

Non li conosco di persona personalmente, come direbbe Catarella, ma mi fido. Grazie mille Alberto per la disponibilità, la cortesia e tutto quello che ho imparato oggi. Sì, Luca avevi ragione, sicché grazie anche a te.

 “I gallesi dicono che il rugby sia lo sport giocato in paradiso. Speriamo anche all`inferno e in purgatorio. Di sicuro lì ci sono più giocatori.” (Alessandro Troncon)

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