SARA TOUNESI L’ELEGANZA DEL RUGBY


Credit Elena Kloppenburg

E se i ragazzi del Pro14 si muovono in preparazione delle due sfide italiane, le ragazze del rugby muovono il mercato internazionale. E grazie a questo shoppig europeo oggi andiamo a trovare una delle protagoniste del nostro campionato. Classe 1995, seconda linea, nata a Cremona, dove si è innamorata del rugby (grazie Cremona Rugby), per poi approdare a Colorno nelle Furie Rosse dove ha vinto uno scudetto e si è guadagnata un posto in Nazionale. Un perfetto connubio di grinta, forza, eleganza e tanta allegria. Signori e signore, caro mondo tutto, direttamente dal divano di casa di sua mamma, di passaggio prima di andare in terra transalpina, sono felicissima di avere con noi Sara Tounesi.

Ciao Sara, molto piacere, grazie per la disponibilità. Come stai?

Ciao piacere, tutto bene grazie, te?

Caldo fotonico a parte bene. Sei in fase di trasloco?

Dai un po’ di caldo ci vuole – sì ma questo per me è già troppo, il lato positivo è che mi sono svenute le condomine mentali – ora sono a casa di mia mamma. Ho traslocato da Colorno e sono qui prima di partire per Clermont. Al momento non ho più camera mia che è stata occupata dai miei fratelli. E ride.

Sì i fratelli, dopo l’elaborazione del lutto da abbandono della sorella, tendono ad allargarsi. Complimenti per il passaggio al campionato francese. Ci racconti qualcosa?

Grazie, allora giocherò nel Romagnat la squadra di Clermont che milita nel girone d’élite del campionato francese. Ho scelto loro per vari motivi, hanno un buon progetto, volevo continuare a studiare ed anche poter lavorare.

Ho sempre voluto fare un’esperienza all’estero, ma per realizzarla il solo modo era giocare in nazionale dove ho sempre avuto poco spazio finora. Quest’anno infatti ho giocato anche un tempo intero, che per me è tantissimo. Così è nata la possibilità ed ho scelto loro perché posso fare quello che voglio e come voglio. Vedi qui ho dovuto sacrificare un po’ lo studio per il lavoro per priorità, mentre là posso conciliare tutte e tre le cose.

Tu studi lingue vero? Ne hai una preferita?

Sì, studio lingue e la mia preferita, ti può sembrare strano, ma è proprio il francese. Mi piace sia come lingua, perché ha un’ottima musicalità, sia tutta la letteratura.

E qui si è catapultata nella discussione l’inquilina secchiona che ha tirato fuori, niente popò di meno che, il mio esame della maturità e tutti i poètes maudites. Aspettate la rinchiudo.

Credit Martina Sofo

Dai, allora alla grande. I tuoi genitori sono marocchini, tu parli anche l’arabo vero? Ma quando ti arrabbi le parolacce in che lingua ti escono?

Ride. In italiano. Io parlo l’arabo ma non lo so scrivere – e te credo è difficile di nulla. Condomine vi siete riavute? Cuccia – quando ero piccola a casa si parlava arabo ma dovevo studiare l’italiano anche perché a scuola parlavo quello. Mia mamma quando si arrabbia, invece, parla arabo.

Quindi quando ti chiama per nome ed in arabo devi scappare?

Sì. E ride.

Io so che il tuo soprannome è Shona, mi dici per quale motivo, se si può.

Tutto nasce dalla matricola alla mia prima convocazione in nazionale. Cioè alla prima convocazione ti tocca la matricola, che non è niente di drammatico, ma una cosa prettamente goliardica, una sorta di iniziazione. Ecco, te la faccio breve, avevo un mushmellow e l’ho chiamato Shona. Da allora sono Shona.

Una delle cose che mi piacciono del mondo dello sport, sono i soprannomi che vengono fuori. C’era un calciatore, giocava nell’Inter, soprannominato Veleno, lo hanno chiamato così anche finita la carriera.

Chiusa parentesi, cioè rinchiusa la condomina saputella, un’altra cosa che sai fare molto bene sono i lavori di casa vero?

Sì, ho imparato da piccola dopo che mio padre se ne è andato, principalmente per dare una mano alla mia mamma. In realtà poi mi piacciono i lavori manuali – l’ho visto nelle tue avventure estive. Le mie condomine stalker seguono tutto – ho fatto anche la culla per la bimba di Mariagrazia Cioffi con dei pancali.

Credit Rugby Colorno

Quanto ti invidio, io sono una ciofeca con i lavori manuali. Cioè qualcosa l’ho imparata, ma poca roba. Ho la manualità di un paziente ingessato, anche se mi sto esercitando, lo sai che esistono gli attrezzi da borsetta? Cioè quelli piccoli.

Davvero?

Sì, c’è anche l’avvitatore della Braun. Io stavo cercando anche la sparachiodi, ma la versione da borsetta credo non la facciano per evitare che le persone la usino come arma impropria.

Ride. Effettivamente la sparachiodi è un po’ pericolosa, mentre l’avvitatore potrebbe fare comodo.

Guarda anche la sparachiodi è utile, metti ti si rompa un tacco. Con la sparachiodi lo aggiusti subito, ma purtroppo non si può. Ma chiudiamo parentesi che qui da Mastromartino a Mastro Geppetto è un attimo.

Tu hai cominciato da grande a giocare ed hai detto più volte che il rugby ti ha ‘salvata’ mi racconti com’è andata?

Prima di incontrare il rugby io ero l’antisport. Una volta una delle mie migliori amiche mi chiese di accompagnarla a provare al campo del Cremona. Io la accompagnavo poi restavo a guardare gli allenamenti, finché un giorno mi chiesero se anch’io volessi provarlo. Così il giorno dopo tornai con le scarpe da ginnastica e provai. Da allora non ho più smesso perché non ho trovato nient’altro che mi desse le stesse emozioni, che mi prendesse così completamente come il rugby.

Diciamo che è arrivato al momento giusto e mi ha dato tutto quello di cui avevo bisogno per incanalare tutta la mia energia e scaricare tristezza e disperazione. Vivevo un momento di disagio giovanile che riuscivo a superare con gli allenamenti e le partite. Ho avuto un motivo, un obiettivo. Infatti tutto quello che faccio è in funzione del rugby. Dall’alimentazione, allo stile di vita, agli hobby, deve essere tutto conciliabile con questo sport, non faccio niente che lo possa in qualche modo contrastare.

E ti è mai capitato che ti contestassero che il rugby è uno sport maschile?

Hai voglia! A tutte noi è capitato. Ma sono discorsi stupidi, lo sport è per tutti non c’è nessuna disciplina solo maschile o solo femminile. Quando sento questi discorsi non gli presto più attenzione, la sola risposta che si meritano è l’indifferenza.

E qui il mio condominio mentale, anzi, tutto l’isolato si è alzato in piedi in tripudio.

In Francia ci sono già altre ragazze, aspetta ho studiato, Valentina Ruzza e Valeria Fedrighi che giocano nello Stade Francais – no Valeria gioca nel Tolosa – ecco mi sono impappinata. Valentina gioca con Claudia Salvadego e Melissa Bettoni con Ilaria Arrighetti nel Rennais. Ce l’ho fatta. Mentre in Inghilterra c’è solo Giada Franco. Ma questo perché il nostro gioco è più simile a quello inglese?

Non credo. Almeno, non mi sembra. Ti parlo per me. Alla fine la scelta è del tutto personale. La mia è stata dettata dalle cose che ti dicevo prima. Inoltre, dettaglio non trascurabile, la Francia costa molto meno dell’Inghilterra, quindi mantenersi lì è più facile. Ma alla base di tutto resta la preferenza personale. C’è da dire che facendo esperienza all’estero si va ad impoverire il campionato italiano – già di per sé non proprio ricchissimo, specialmente quello femminile [ndr] – però è veramente molto formativa e ti aiuta ad alzare molto il livello.

A proposito di questo – nota polemica mia – si dice sempre che per fare apprezzare uno sport occorrano i risultati. La nazionale femminile di risultati ne ha fatti ed anche di un certo livello, eppure l’attenzione è sempre sulla maschile. Seconde te è perché la versione maschile è comunque più interessante?

Diciamo che può starci che a qualcuno piaccia solo la versione maschile, però a volte c’è qualcuno che non sa neanche che esiste anche la femminile – per forza il tutto è gestito da maschi. Ecco le rivoltose, le richiudo – forse si potrebbe pubblicizzare di più anche le nostre partite.

Quest’anno c’era il progetto del fine settimana di rugby a Milano, purtroppo fermato dal Covid, speriamo non resti un caso sporadico.

Hai qualche vezzo particolare prima di una partita?

Mi trucco. Ho una passione per le sopracciglia ordinate e fatte bene e prima di un match, nella frenesia dello spogliatoio mentre tutte si sistemano le scarpe, le maglie, io sto allo specchio ad infoltirmi le sopracciglia.

Credit Elena Kloppenburg

Allora mi devi insegnare, che quando provo a farlo io su me stessa mi trasformo in Frida Khalo.

Certo, anche in nazionale ho questo ruolo. Quello dell’estetista. Quindi quando preparo la valigia ci metto anche la cera e le pinzette perché ho le mie clienti affezionate tipo Lucia Cammarata. Anche le trecce sono mie – davvero? – sì, nelle ore di relax prima della partita, mi metto a pettinare le ragazze.

E qui abbiamo aperto la parentesi sul trucco e parrucco che vi risparmio, compresa la treccia di Isi Locatelli. Ma abbiamo riso tanto. E te fai qualcosa per rilassarti?

Sì, dipingo. Ho fatto un quadro ultimamente durante la quarantena – l’ho visto, bello – una donna nuda.

Sempre in quarantena hai fatto degli allenamenti massacranti, io mi stancavo a guardarti.

Sì, però è stata la mia fortuna. Senza quelle persone, che ringrazio tantissimo, non avrei fatto niente e sarei ingrassata e basta. A me piace giocare, gli allenamenti per me sono finalizzati alla partita, allenarsi e basta non ha senso e non ci sarei riuscita se non avessi trovato un modo di giocare – una sorta di competizione anche lì – esatto, era una gara con chi si allenava con me ovviamente divertente. È stato bellissimo ho conosciuto delle persone carinissime.

Io potrei continuare un altro paio di ore a parlare con Sara perché mi piace un sacco questa ragazza, ma poi esaurirei tutti gli argomenti, non ridete capita anche a me di esaurirli, raramente ma capita. Quindi grazie per la disponibilità Sara, ti prometto che seguirò le tue gesta in terra transalpina e così poi mi racconti come va e continueremo le nostre chiacchierate.

“Volevo solo sfogarmi e bere qualche birra con gli amici. Invece mi ha tolto dalla cattiva strada e mi ha dato tutto.” (Sébastien Chabal)

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