di Scott Ingleton

Durante il quarto di finale della Rugby World Cup abbiamo assistito a una vittoria abbastanza prevedibile dell’Inghilterra ai danni dell’Australia 40-16, e abbiamo visto gli All Blacks demolire un’Irlanda perlomeno decente 46-14. Questo, stranamente, ha collocato gli All Blacks esattamente al livello di punti concessi in questa coppa del mondo dall’Inghilterra e gli ha permesso di ottenere una migliore differenza di punti nel complesso.
Il sabato notte prima della semifinale sarebbe stato sorprendente vedere o sentire qualcuno dire che l’Inghilterra avrebbe vinto: tutto il favore del pronostico (e la pressione) era per gli All Blacks, pronti a sconfiggere una coraggiosa, ma alla fine imperfetta, squadra inglese, vendicandosi così della finale della Coppa del mondo di cricket dell’inizio di quest’anno, e vincere l’ambito terzo mondiale consecutiva.
E allora cos’è andato storto? Come siamo passati dal presupporre con sicurezza che la Nuova Zelanda avrebbe vinto a chiedersi chi vincerà tra l’Inghilterra e il Sudafrica il 2 novembre?
Da prima dell’inizio della partita si poteva vedere che l’Inghilterra era stata pompata a mille per questa sfida (com’è giusto che sia per riuscire sconfiggere i numeri 1 al mondo). Durante un’infuocata Haka l’Inghilterra ha adottato una forma a “V”, con al centro il capitano Owen Farrell (che, come centro, ha realizzato il secondo maggior numero di placcaggi, 15, insieme all’inarrestabile Maro Itoje, un’impresa incredibile che evidenzia la leadership esemplare del capitano inglese). Una dichiarazione di intenti da parte degli uomini in bianco e una mentalità che hanno mantenuto fino all’ottantesimo minuto di gara.
Così tanti inglesi hanno avuto la possibilità di giocare la partita della loro vita: Itoje è stato una minaccia assoluta nel breakdown, ha forzato turnovers negando alla Nuova Zelanda la palla veloce che invece tanto ama; Tuilagi ha schiacciato la prima meta ed è stato un portatore di palla eccezionale per l’intera durata della partita; Curry e Underhill sono stati flanker eccezionali, mostrando la loro entusiasmante promessa di diventare davvero giocatori di livello mondiale; Sinckler e Mako Vunipola hanno dominato la prima linea durante lo scrumtime, vincendo diverse punizioni; e l’elenco continua. Ogni uomo con una rosa rossa sul petto ha giocato brillantemente contro una macchina da guerra ben oliata come la Nuova Zelanda: hanno giocato come campioni.
All’inizio della partita, l’Inghilterra ha mostrato immediatamente le proprie intenzioni. Qualche palla molto forte è finita direttamente nella meta di Tuilagi, è partito tutto dalla palla veloce e un piccolo gap nella difesa. In tutte le partite della coppa del mondo giocate l’Inghilterra ha iniziato concedendo sempre 3 punti da penalty. Il più superstizioso fra voi (me compreso) potrebbe quindi aver pensato che quello fosse un cattivo presagio, che la prima meta avrebbe fatto arrabbiare gli All Blacks, i quali avrebbero martellato l’Inghilterra come avevano precedentemente fatto all’Irlanda, ma non è stato così. Rallentando il breakdown e la fuoriuscita dell’ovale si sono garantiti una linea di difesa sempre attenta e con una velocità eccezionale. L’Inghilterra ha fermato gli All Blacks giocando al meglio delle proprie forze. Più volte abbiamo visto Beauden Barrett, Richie Mo’unga o Aaron Smith cercare di passare o scaricare, solo per vedere tutte le opzioni tagliate fuori dalla linea difensiva inglese. Con il passare del tempo, la Nuova Zelanda è riuscita ad adattarsi a questa strategia difensiva molto energica e sono stati in grado di completare alcuni passaggi, ma alla fine sono stati troppo pochi e soprattutto si sono visti troppo tardi.
Impossibilitati a giocare il loro rugby a flusso libero che incanta così tanto gli spettatori e i difensori perplessi, sono stati incapaci di sfruttare le lacune nella linea quando non potevano neanche mantenere la palla. Il piano inglese era incentrato sul mantenimento del possesso nella metà della Nuova Zelanda, costringendo Barrett a spazzare ogni volta che poteva. La forza dell’Inghilterra in rimessa laterale (ha vinto 18 delle sue 20 touche e ne ha rubate due alla Nuova Zelanda) ha mostrato che gli uomini di Eddie Jones erano fiduciosi della propria capacità di tenere il possesso dopo ogni liberazione da parte degli All Blacks, e le loro fasi di gioco dopo le touche si sono rivelate eccezionalmente solide.
L’unica concessione è stata la meta di Savea, che è stata segnata a fronte di una cattiva rimessa da lineout di Jamie George. Tuttavia questo spiacevole evento dovrebbe riempire di fiducia i fan dell’Inghilterra per due motivi. Innanzitutto, la risposta alla meta concessa è stata immediata. La marcatura è stata segnata al 57°, quando il più delle squadre sono stanche e iniziano a crollare sia in disciplina che in difesa. L’Inghilterra ha invece mantenuto la sua compostezza, riportandosi nella zona rossa della Nuova Zelanda per segnare di nuovo, ottenendo una punizione prontamente segnata e andando a trasformare una meta immediatamente dopo, aumentando a nove punti il vantaggio nel giro di tre minuti. Inoltre, George ha espiato al suo errore consegnando un’ottima palla a Kruis, che ha fruttato un’altro fallo tuttonero. Se potete, andate a rivedere il 58° e guardate la faccia di George prima che sbagli il lancio in touche: la determinazione è evidente. Non c’è vergogna o rimpianto, la sua espressione dice semplicemente “ho fatto un errore, non ne farò un altro.”
In secondo luogo, negli ultimi dodici anni di test di rugby internazionale, la Nuova Zelanda ha raramente segnato meno di due mete trasformate (l’unico esempio che posso ritrovare è quando l’Irlanda li ha battuti 16-9). È ancora più raro non vederli segnare a partire dalla loro creatività e talento, ma da un errore che arriva dalla compagine avversaria. Come fanno tutte le squadre di livello mondiale, la Nuova Zelanda è maestra nello sfruttare gli errori dei loro avversari. Ma sono anche eccezionali nel creare lo spazio per i trequarti per correre e segnare nel cuore della metà campo avversaria (basti pensare al quarto di finale contro l’Irlanda). Contro l’Inghilterra, tuttavia, non hanno potuto farlo. Non hanno segnato punti dalla propria creatività, nessun fallo o drop sono stati concessi, nessuna meta è andata sprecato: sono stati semplicemente surclassati ogni volta che entravano nella metà campo inglese. Guardate il passaggio al 70°: la Nuova Zelanda fa un break con Perenara e Coles, che però viene abbattuto sui 22 inglesi. Di solito la Nuova Zelanda ha i suoi sostegni vicini per mantenere il possesso palla e far uscire dalla ruck un ovale veloce da utilizzare immediatamente. Tuttavia, in questa occasione, Mark Wilson, che era letteralmente appena sceso in campo, riesce ad affrontare Coles con Ford, resta in piedi e forza il tenuto. Questo brillante breakdown è solo uno degli aspetti di una prestazione davvero dominante dell’Inghilterra.
La strada per la finale è stata lunga, ma l’Inghilterra è sempre stata calma, composta e fiduciosa. Saranno in grado di mantenere quella calma o sarà troppa la pressione della partita più importante degli ultimi 15 anni? C’è solo un modo per scoprirlo…
