Argentina: un viaggio tra migrazioni e oriundi

In questo articolo vogliamo riflettere insieme a voi sul perché, scorrendo una qualsiasi formazione dell’Argentina, si possano leggere così tanti nomi dal suono familiare. Guardando da oltre oceano è impressionante il numero di cognomi italiani che si sono succeduti negli anni tra i Pumas e le sue compagini minori, così com’è anche vero il contrario, ossia la presenza di tanti nomi dall’accento argentino fra le fila degli Azzurri.

In generale nell’intero Nuovo Mondo scorre un po’ di sangue italico e nel Sud America questo è ancora più evidente. Chi vi scrive ha speso un mese della sua vita viaggiando per il nord dell’Argentina, lasciandoci un pezzo di cuore, ed è rimasto impressionato dal fatto che, nonostante la lingua ufficiale sia lo spagnolo castellano, perfino nel peggior bar della più sperduta delle città è stato possibile parlare italiano.

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In questa porzione di Sud America infatti si ha la più alta percentuale di aventi diritto alla cittadinanza italiana per diritto di discendenza (ius sanguinis). Si noti infatti come nella cartina sottostante l’Argentina sia vermiglia rispetto al resto dei territori.

Mappa qualitativa della discendenza italiana nelle Americhe.

Tali flussi migratori perplimono tutt’oggi i sociologi. La spiegazione più plausibile consiste nel fatto che la prima ondata migratoria, che avvenne nella seconda metà dell’800, fu composta da Italiani che fuggivano da un regno appena costituitosi, poverissimo e martoriato dalle tasse, per giungere in un Paese che poteva vantare una delle dieci maggiori economie del periodo. Il rugby arrivò in quegli stessi anni: Buenos Aires, città di porto aperta a scambi con gli Inglesi, ospitò il primo match di rugby union nel 1873, un’amichevole tra giocatori dello stesso club: il Buenos Aires Cricket Club Ground (ben 37 anni prima che in Italia!)

La comunità italiana crebbe a dismisura fino ad arrivare ai giorni nostri, rispecchiandosi così anche nello sport. Un esempio illustre: Lionel Messi e al suo trisavolo emigrato da Recanati a Rosario. Spesso e volentieri tali giocatori, detti oriundi, sono stati naturalizzati italiani. Basti pensare a quelli che hanno dato lustro alla nazionale azzurra nel recente passato: Martin Castrogiovanni, Gonzalo Canale, Gonzalo Garcia, Ramiro Pez, Santiago Dellapè per finire col più grande di tutti: Diego Dominguez. Non ci dilungheremo su di loro, in passato è stato scritto di tutto e di più. Una menzione speciale però la merita capitan Sergio Parisse. Sergio nacque e crebbe in Argentina, ma solo perché il padre fu trasferito dalla sua compagnia in una succursale di La Plata. È da considerarsi dunque un Italiano nato all’estero e non oriundo!

Da sinistra: Sergio Parisse, Gonzalo Canale
e Martin Castrogiovanni

Diego Dominguez

Il legame tra Argentina e Italia è forte e, per sottolinearlo, concludiamo con le parole di Octavio Paz, diplomatico messicano, premio nobel per la letteratura nel 1990:

Gli argentini sono italiani che parlano spagnolo.

2 thoughts on “Argentina: un viaggio tra migrazioni e oriundi

  1. Recentemente è uscito un mio libro sul rugby “Nel Terzo Tempo”, che parla fra le altre cose di questi legami e di una parentesi sportiva di un campione italiano in Argentina ove scopre il suo vero talento. È un romanzo che parla del rugby, visto con gli occhi di un genitore, nonché accompagnatore. Ha come protagonista una partita che vissi anni fa contro il Gubbio, che mi ha dato l’occasione di parlare del nostro amato sport e di come esso riesce a coinvolgere tutti coloro che ne vengono a contatto.

    Il libro vuole mettere in evidenza l’inclusività di questo sport anche nei confronti delle diversità ed è piaciuto molto alla FIR che mi ha redatto la prefazione. Iho presentato in occasione de la partita Italia Georgia a Firenze in sala stampa con il capitano Ghilardini; IDEM a Parma in occasione del derby Zebre – Benetton.

    Di seguito la descrizione che ho inviato a molti appassionati di letteratura rugbistica che conosco (Munari, Piervincenzi, Castrogiovanni).

    “La passione dominante del libro è il rugby ma attraverso esso ho voluto parlare di molti valori a me cari. E’ un romanzo che parla delle diversità, della forza per affrontarle superando le difficoltà che in una società poco inclusiva esse creano a chi ne è portatore. Parla anche della resilienza che molti credono di non avere e che invece si scoprono ad un certo punto della loro vita. Sarà la consapevolezza di possedere questa forza interna, questa capacità di autoriparazione che consentirà a Claudio, pilone paraplegico, di ritornare uomo normale e realizzare nel contempo un sogno riposto. Fondamentale sarà l’ aiuto del rugby che io ho voluto fotografare negli aspetti più intimi e familistici, che con la sua inclusività renderà più agevole la risalita dal baratro in cui è precipitato Claudio. Ma il ruolo fondamentale nel difficile percorso di risurrezione l’ho affidato a Achille, un campione di rugby dall’orientamento sessuale non ancora definito. Il rapporto quasi simbiotico fra i due riuscirà a far scoprire la potenza dei sentimenti e dell’amore fra le persone, al di là del sesso, e far intravedere a l’uno e all’altro il cammino da percorrere per concretizzare i loro reciproci, anche se distanti desideri. Il tutto avviene in una cornice sportiva; attraverso la descrizione di una trasferta sfortunata vengono messe in evidenza le peculiarità di questo sport e della sua capacità di travolgere nella mischia tutti coloro che lo incontrano, atleti, familiari, amici, con una forza centripeta irresistibile, perché fa leva sui sentimenti buoni, di cui c’è bisogno in questa società.

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