Parisse o non Parisse… questo e’ il problema


di Emy Forlani

Il Mondiale dell’Italia, concluso come di consueto al termine della prima fase, dal punto di vista dei temi di interesse e discussione ha viaggiato su quattro binari: il primo, quello agonistico, sul “compitino” fatto, ovvero battere gli avversari che andavano battuti senza se e senza ma (Namibia e Canada) per guadagnarsi, tra l’altro, la qualificazione automatica alla RWC di Francia 2023; il secondo, il massacro di Lovotti (e in parte di Quaglio) per aver sciaguratamente piantato di testa nel terreno un sudafricano, con conseguente cartellino rosso nonché biasimo e prese in giro da parte del mondo intero; il terzo, quello riguardante la clamorosa cancellazione della partita contro gli All Blacks, l’ultima in programma per gli Azzurri, a causa del tifone; il quarto, la questione Sergio Parisse.

Capitano della nazionale da anni, numero 8 tra i più forti al mondo nei suoi anni di massimo splendore, una grande carriera in Francia, con oltre un decennio nello Stade Français, gli anni più glamour e vincenti della squadra parigina, tra maglie rosa, fiori e bei manzi nudi sul calendario cult dei Dieux du Stade, grande sicurezza in se stesso, vero senatore della nazionale, recordman di caps, classe 1983. Il tempo, si sa, è una delle poche cose davvero democratiche: passa per tutti.

Non è passato inosservato il fatto che, da alcuni anni e inevitabilmente, Sergione nostro non sia più il giocatore che era nel culmine della sua carriera: niente di strano, naturalmente, visto che gli anni passano, lo sport agonistico logora e arriva il momento in cui si gioca contro e insieme a gente più giovane e integra, che corre di più, si stanca di meno, arriva sulla palla per prima e così via. Succede in C, in nazionale, ovunque e in qualunque sport.

Nonostante questo, però, Parisse è sempre rimasto con la sua maglia Azzurra numero 8 ben salda sulle spalle, anche oltre i trent’anni, anche in partite dove stava faticando, in giornate storte, in una fase della carriera in cui è del tutto normale avere meno minuti nelle gambe e anche nella testa e iniziare a giocare un po’ meno, lasciando progressivamente spazio ad altri, mettendo a disposizione la propria esperienza sempre meno in campo e sempre più fuori.

Ma smettere di sentirsi giocatore, capitano, campione e protagonista, cose che Parisse è stato in modo indiscutibile e indiscusso per oltre un decennio, di certo non è facile, come non è facile, sembra, riuscire a dirlo.

Non è facile per gli appassionati, che non mettono in discussione le sue qualità e la sua sua carriera, non è facile per chi fa le convocazioni in nazionale. Quindi Parisse è sempre stato inamovibile, lodato e difeso dalle critiche da molti sostenitori ovali, concentrati sulle sue qualità e sul suo rendimento di qualche anno fa e sulla riconoscenza che gli deve essere dovuta.

Riconoscenza per le tante partite, per le numerose ottime prestazioni, per le tante fasce da capitano, per l’aver scelto l’Italia invece dell’Argentina. Come sarebbe andata la sua carriera se avesse scelto la camiseta biancoceleste? E quali sarebbero stati le sorti della maglia azzurra numero 8? Impossibile saperlo.

Però, durante e dopo la RWC dell’Italia, sono successe tre cose che mi hanno colpita e mi hanno dato lo spunto per queste righe: la partita contro il Canada, con Sergione in tribuna ed una squadra in campo che non ne ha affatto sentito la mancanza, le sue dichiarazioni di pochi giorni fa sul fatto che non si ritira dalla nazionale, come sembrava scontato, ma farà ancora il prossimo Sei Nazioni, e le reazioni degli appassionati a questa dichiarazione.

Pur comprendendo l’amarezza di vedersi cancellata quella che, in teoria, sarebbe dovuta essere la sua ultima apparizione con la maglia azzurra (ma lo sarebbe stata davvero?), le sue dichiarazioni quasi di “auto-convocazione” al prossimo Sei Nazioni non sono piaciute affatto: troppa sicurezza, troppo “tanto decido io”, anche troppo dimenticarsi di avere 36 anni e che, fermo restando la carriera avuta, non è che questo debba comportare convocazioni automatiche vita natural durante (e relativi gettoni di presenza).

Così, sono piovuti commenti negativi su questo atteggiamento e queste dichiarazioni anche da parte di grandi sostenitori di Parisse: è stato questo a colpirmi molto.

Personalmente, non invidio né il commissario tecnico che, indipendentemente da quelle che potranno essere le sue volontà nella scelta dei giocatori per la rosa da impiegare nel prossimo febbraio-marzo ovale, difficilmente potrà ora evitare di convocarlo, e neanche Parisse stesso, che si è messo in una posizione piuttosto scomoda.

Chiudo con due interrogativi, sunto di quanto letto sui social ultimamente riguardo all’affaire Parisse.

Il numero 8 saldamente cucito sulle sue spalle anche quando forse si doveva iniziare a staccarlo un po’, ha frenato e/o bloccato la possibile crescita e scelta di giocatori più giovani che avrebbero potuto vestire meglio di lui, a quel punto, quella maglia? O, come dicono i suoi più grandi tifosi, gli è rimasta attaccata addosso perché nessuno ha saputo portargliela via?

La riconoscenza e la figura di un capitano e atleta importante e “pesante”, possono prevalere su logiche agonistiche, professionistiche e anagrafiche?


One thought on “Parisse o non Parisse… questo e’ il problema

  1. Parisse ha espresso il proprio pensiero. Chiunque dovesse guidare la Nazionale dal prossimo 6Nazioni, non è detto che debba tenerne conto. Mi sembra che, come spesso accade, si faccia tanto rumore per nulla. I problemi, quelli seri, sono ben altri e non certo l’uscita dalla Scena Internazionale con applauso al Grande Sergio che se la merita tutta.

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