
di Giulia La Mastrina e il Prof
Il mondo del rugby, come tutti i mondi, oltre ad avere le proprie regole e strutture ha anche un proprio linguaggio che, per chi non è del mestiere né troppo informato, risulta molte volte incomprensibile. Un esempio tra tutti la parola Accademia, che in questi giorni viene spesso nominata.
Per chi è di Firenze, ad esempio, quando si dice Accademia ci si riferisce unicamente a uno dei più bei musei del mondo, che ospita un’opera d’arte che non ha bisogno di tante presentazioni, il David di Michelangelo, il quale, oltre a rappresentare l’ideale di bellezza maschile, ci scruta pensieroso dal suo piedistallo nel corridoio della Galleria domandandosi: “E questi ora dove vogliono andare a parare?“.
Un attimo di pazienza, per favore.
Per il mondo ovale, invece, l’Accademia è un organo federale improntato allo sviluppo del settore giovanile under 20. Quindi un’attinenza col museo fiorentino e il Rinascimento ce la possiamo trovare: il maestro rinascimentale difatti si coltivava i suoi talenti “in bottega“, la nostra Federazione si coltiva i migliori giocatori “in casa” con questo sistema. Sempre seguendo il filo ingarbugliato dei nostri pensieri, facendo attenzione a non inciamparci, proviamo a districare la matassa di ragionamenti che ci spuntano in testa come funghi nel sottobosco in autunno.
Abbiamo provato, sull’onda delle critiche di questi giorni, a dare tre possibili soluzioni alla gestione problematica dell’Accademia federale, che tanto sta facendo discutere. Giusto perché non ci piace fare sempre e solo chiacchiere da bar. E perché crediamo che sia meglio proporre che puntare sempre solo il dito. Certo, sarebbe più facile criticare e stare a guardare, lamentandosi poi a cose fatte del come le cose non siano state fatte bene. “Ah, se avessero fatto così“. Allora, proviamo a vedere come immaginiamo che potrebbe essere il così, così come lo pensiamo noi.
E per farci venire delle idee, oltre a fantasticare, abbiamo guardato anche oltre alla staccionata di casa nostra. Perché, si sa, il giardino del vicino ha l’erba sempre più verde. Il vicino inglese, che gioca a rugby. E il vicino con la moto, che sgasa sempre sul vialetto.
- Prima possibilità: il modello delle Accademie Diffuse. Al momento l’Accademia Federale è una e una sola. Certo, si parlava di aprirne altre. Si parlava. Ma la realtà dei fatti vede solo un’unica realtà, quella dedicata ai ragazzi under 20 a Calvisano. Realtà che sta lavorando bene, sta fondando il nucleo della nazionale giovanile azzurra e sta presentando, anno dopo anno, ragazzi pronti al salto in Top12 e, spesso, anche nelle franchigie del Pro14. E se l’accademia non si declinasse al singolare, ma divenisse uno stupendo plurale? Le Accademie. 10. Con basi sparse in tutto lo stivale: Calvisano, Rovigo, Treviso, Milano, Parma, Firenze, Roma, L’Aquila, Napoli, Catania. Solo per sparare alcune città che hanno un grande passato e un grande presente ovale. Perché se decidessimo di elencare tutte quelle che hanno fame di rugby finiremmo per citare ogni paesino da cento anime sparso per lo stivale, perché dove arriva il nostro sport lascia fango e innamorati. 10 Accademie per giovani under 16, under 18 e under 20, che si affrontano a vicenda, slegandosi dai campionati senior e da tutte le difficoltà logistico-organizzative che ne derivano. 10 Accademie che garantiscono preparazione e livello per una quantità di giovani notevole, che potrebbero, terminato il percorso, andare ad aumentare le qualità della serie A, del Top12 e delle franchigie. Un sogno che sarebbe destinato a infrangersi obbligatoriamente contro il problema del vil denaro? Noi intanto sogniamo.
- Seconda possibilità: il modello inglese. Le squadre di Premiership hanno ognuna il proprio vivaio. E le varie compagini under 18 partecipano a una league di alto livello, che permette di confrontarsi e migliorare in vista del salto nel rugby professionistico. Certo, anche in Italia esiste un campionato under 18 elite, nel quale si danno battaglia alcune delle società migliori d’Italia, ma l’idea inglese si potrebbe applicare in maniera sistematica anche alla realtà italiana. Come? Ogni società che partecipa al Top12, più magari le giovanili under 16, 18 e 20 delle franchigie (per le Zebre si tratterebbe di creare ad hoc il proprio vivaio interno), per un totale di 14 squadre per ogni categoria giovanile, si potrebbero scontrare durante l’anno per migliorarsi e rafforzare il livello italiano. Creare una serie di campionati young fra le formazioni di più alto rango dello stivale permetterebbe di aumentare il livello di competitività e, di conseguenza, quello del miglioramento futuro. Se si inizia dalle giovanili a lavorare per vincere contro avversari che si riaffronteranno anno dopo anno fino alla senior, si potrebbe giocare per abbattere continuamente i propri limiti, col risultato di un diffuso miglioramento costante e globale. Questo permetterebbe di eliminare i costi delle Accademie, potendo girare risorse e formatori direttamente alle singole società. Problemi di questo modello? Gestire le promozioni e retrocessioni delle senior, che impatterebbero anche sulle realtà giovanili e, ovviamente, ragionare sulla questione territoriale, che vedrebbe, a differenza dell’opzione Accademie Diffuse, un concentramento delle attività in seno alle società già partecipanti al Top12 e Pro14. Ossia in città e regioni già “ben servite” dal punto di vista ovale.
- Terza possibilità: il modello Valentino Rossi. Restiamo in ambito sportivo ma scostiamoci un momento dal rugby. Anche nel mondo dei motori ci sono le Accademie. Valentino Rossi ha raccolto sponsor, ha chiesto e utilizzato strutture pubbliche, ne ha create alcune private e ha fondato la sua VR46 Academy, per dare visibilità e possibilità a giovani piloti di farsi strada. Visti i risultati di Franco Morbidelli prima e di Pecco Bagnaia dopo (entrambi campioni del mondo in Moto2), dobbiamo dire che il progetto di Valentino sta facendo un buon lavoro. Chi invece sta facendo un buon lavoro a metà è la nostra rossa nazionale, la Ferrari. La scuderia di Maranello, infatti, ha estratto dal suo vivaio due buone guide, Giovinazzi e Leclerc, ma ahinoi non è ancora riuscita a fornire loro né un mezzo né un team altrettanto validi. Forse un’accademia anche per i team principal non sarebbe una cattiva idea. Ecco, dalla fusione di questi due esempi, potremmo dare corpo a una proposta. Noi siamo Pirati, a volte navighiamo a vista scoprendo nuove rotte, altre seguendo quelle già definite. E se per la fantomatica terza franchigia ci siamo divertiti a giocare (perché il rugby è un gioco), al fantarugby, questa volta vogliamo dare forma ad una nostra personale opzione. Quella di un progetto federale sempre improntato alla crescita del settore giovanile, che coinvolga sia le strutture pubbliche già presenti sul territorio, sia creando anche infrastrutture private laddove ce ne sia bisogno. Alla fine per iniziare a giocare servono una o due palle ovali, un prato verde e due H giganti (il babbo di Dan Carter insegna) e chissà che, ruzzolando per terra o sdraiandosi oltre la linea di meta, non si riesca di finalmente a trovare il Valentino Rossi del mondo ovale. Perché di Valentini in attesa di scoperta ce ne sono, ne siamo convinti, dobbiamo solo creare le condizioni giuste affinché emergano, si sviluppino e diano una volta per tutte solidità a questo meraviglioso sport.
