Nuova Zelanda in semifinale: i perche’ della vittoria contro l’Irlanda

Nessun dubbio. Nessun ripensamento. Nessuno scricchiolio negli ingranaggi ben oliati dei tuttineri. L’obiettivo è la finale e, di sicuro, lo scoglio dei quarti di finale non poteva rappresentare un problema. Non lo doveva, e poteva, essere la pool. Non lo doveva essere il quarto. Le possibili avversarie secondo le statistiche e i giochi degli incastri erano Scozia, Giappone, forse l’Irlanda. Ecco, è arrivata l’Irlanda e, in questo caso più degli altri, le cose si sarebbero potute fare un po’ più difficili. E invece…

E invece non c’è proprio stata storia. L’Irlanda è nel pieno del periodo down della propria curva. Il livello fisico, psicologico, attitudinale, generazionale e chi più ne ha più ne metta, è notevolmente più basso di quello della grande Irlanda del 2018. L’Irlanda del Grande Slam, della vittoria autunnale a Dublino contro gli All Blacks. I Trifogli di questo quarto di finale potranno avere gli stessi nomi, ma le loro stelle brillano di una luce minore. Jonathan Sexton su tutti, involuto drasticamente rispetto al giocatore che ha vinto il Player of the Year solo un anno fa. Quindi nell’elenco dei perché la Nuova Zelanda abbia facilmente vinto il suo quarto di finale, ecco che il low profile della diretta avversaria spicca in prima posizione.

Secondo punto: la fame. A parte nella partita contro il Sudafrica in apertura della RWC gli All Blacks non (mi) erano sembrati incisivi come di consueto. Certo è che trovare motivazioni contro Canada e Namibia non è semplice, così come contro gli Azzurri, costretti al pareggio solo da Hagibis (si fa per dire, eh!), però (mi) era venuto il dubbio che agli uomini di Hansen fosse passato l’appetito. Ok, ora ho capito che si stavano solo tenendo per banchetti migliori. Dovrei imparare l’arte della pazienza da loro, io che al ristorante mi ammazzo di pane nell’attesa del cameriere.

Il terzo e ultimo punto che propongo è quello, scontato, banale, quasi ridicolo, delle skills. Hansen ha lasciato fuori dal gruppo dei 31 del mondiale uno come Owen Franks. Un pilone che arriva adesso in Premiership inglese ed è fin da subito considerato come l’osso più duro di tutti. Motivazione? Ho bisogno di giocatori che possano garantire competenze di gioco a largo spettro e non essere solo top level nel loro specifico ruolo. Cavoli, tutti ad applaudire o a lamentarsi per la scelta. Però poi quando si vedono gli All Blacks giocare come ieri e vedi ‘sti cammelloni correre per il campo e ti chiedi “ma quello è il pilone?”… beh, Steve, hai ragione te. Torno a grattare il fango dagli scarpini incrostati dalle mischie della mia serie C. E le skills dei neozelandesi sono un gradino sopra quelle di tutti gli altri. Forse anche degli Inglesi, che se li ritroveranno di fronte sabato prossimo in quella che è una delle semifinali a più alto tasso di muscoli e talento di sempre. Farrell vs Barrett, Vunipola vs Read, Itoje vs Retallick. Così, per dire.


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