Nations Championship: pro e contro

In queste settimane si è fatto tanto un gran parlare di questo nuovo format internazionale, che dovrebbe prendere il via dalla stagione rugbistica 2020 (qui le specifiche rilasciate direttamente da World Rugby). La Nations Championship. Abbiamo provato a farci un’idea di come potrebbe essere il futuro del mondo ovale se questo torneo prendesse effettivamente piede, mettendo sui piatti della bilancia gli aspetti favorevoli e quelli contrari alla sua introduzione. A voi l’ardua sentenza finale.

Pro

Un rugby più democratico: la nuova competizione metterebbe immediatamente sotto i riflettori del mondo ovale due formazioni di fascia Tier 2, ossia Giappone e Fiji (ma perché no USA con tutto l’introito monetario a stelle e strisce), inserite all’interno del The Rugby Championship a partire dalla prossima edizione. Questo renderebbe sicuramente più affascinante la lotta dell’emisfero Sud e permetterebbe alle nuove protagoniste di farsi le ossa in un torneo dall’altissimo tasso tecnico, con un conseguente loro miglioramento qualitativo. Un po’ lo stesso discorso che da anni si fa con l’Italia che sta migliorando perché gioca sempre contro le altre del Sei Nazioni, che sono più forti di noi ma ci trasmettono esperienza. Questo potrebbe essere un tentativo di ridurre il gap tra le grandi, o grandissime, formazioni di prima fascia e le altre inseguitrici e darebbe, finalmente, la possibilità a chi è stato finora relegato ai margini della società rugbistica mondiale di giocarsi le proprie carte da protagonisti contro i primi della classe. Stesso tipo di discorso si potrebbe fare anche nella Conference europea, che, grazie al sistema di retrocessioni e promozioni, vedrebbe nazioni emergenti come Georgia, Romania, Spagna e Germania tentare di conquistarsi sul campo l’accesso tra le top del Sei Nazioni contro le ultime classificate del torneo principe nostrano. E indovinate chi sarebbe, seguendo il trend dei risultati degli ultimi anni, a doversi giocare lo spareggio per non scendere di categoria?

Un rugby più ricco: dati economici alla mano, questo nuovo tipo di torneo potrebbe portare ricavi intorno agli 8 milioni di euro annui alle federazioni nelle due conference maggiori. Parola di World Rugby. Il tutto derivato dagli introiti televisivi, che vedrebbero probabilmente dirottati sulle pay TV i match dei tornei (Sei Nazioni e The Rugby Championship) finora accessibili in chiaro per i cittadini dei Paesi coinvolti. Più soldi uguale più felicità, giusto? Se poi in qualche modo, anche solo per giocarci le finali annuali, si riuscisse a mettere in mezzo la capanna dello zio Sam

Contro

Un rugby più povero: sembra un controsenso rispetto a quanto appena detto, ma, anche qui, dati alla mano c’è chi si lamenterebbe dei possibili effetti negativi dati da un rugby più provinciale e, quindi, meno accattivante per gli spettatori. Specialmente nei Paesi di più datata tradizione ovale. Se da un lato accedere nel Sei Nazioni potrebbe essere la fortuna della storia del movimento georgiano, una retrocessione patita dalle grandi comporterebbe una perdita di appeal mediatico e una regressione del proprio movimento inaccettabile e pericolosissima. E a lanciare l’allarme in tal senso sono stati gli Inglesi, mica gli ultimi arrivati (o quelli che dovrebbero preoccuparsi di più). Meno pubblico allo stadio o sulle pay TV, che comunque non sarebbero molto amate dai comuni spettatori, vuol dire meno soldi. Meno soldi uguale peggior rugby, giusto?

Un rugby più pericoloso (o più brutto): l’introduzione del Nations Championship obbligherebbe le prime della classe ad affrontarsi in ben 11 partite internazionali più eventuali semifinali, finale e match promozione-retrocessione. Più le sfide di club, che dell’aggiunta di una o due partite coi colori di squadra nazionale non sarebbero così tanto entusiasti, visto che le nazionali che ambirebbero alla vittoria finale si sobbarcherebbero cinque match in cinque o sei settimane nel periodo di novembre-dicembre, nel pieno della prima fase dei campionati nazionali e internazionali europei (Premiership, Top14, Pro14, Champions e Challange). Questo obbligherebbe le nazionali o i club a maggiori turnover o, scelta terribile, a sottoporre a uno stress inaudito i giocatori, già spesso sovrautilizzati e obbligati a giocare sul filo dell’infortunio cronico. E di questo i primi a lamentarsi sono i giocatori stessi, convinti che qualcosa per migliorare la situazione attuale del mondo ovale si possa fare, ma che sottostare alle regole del dio denaro potrebbe rivelarsi la scelta sbagliata per la loro stessa sicurezza.

Un rugby (già) confuso: l’annuncio di World Rugby, anche se molto impattante a livello mediatico e affascinante per la volontà lodevole di riformare il sistema mondiale del rugby ad alto livello, è risultato essere molto confusionario e lacunoso. Sei Nazioni e Sanzaar sono società che realizzano i propri due tornei in via privata affiliandosi a livello internazionale a World Rugby per la gestione dei match per il ranking, l’accesso ai mondiali e altre necessità logistico-organizzative. Presentare un format e darlo (quasi) per assodato, com’è invece stato fatto da World Rugby, si sta trasformando sempre più in un braccio di ferro mostruoso. E gli Stallone di turno non sono mica da ridere: le due società private delle più grandi competizioni mondiali e il board.

Retrocessioni, pay TV, abbassamento o innalzamento del livello, perdite o guadagni economici, sovrautilizzo dei giocatori. Tutte questioni spinose che dovranno assolutamente essere sciolte nei prossimi mesi. Intorno a maggio per intenderci, quando i diritti televisivi dovranno essere confermati, ridimensionati, cambiati. Ancora una volta il calendario è definito dai soldi. Sta a vedere che aveva ragione Mahmood.

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