Mentre in Italia si scatena la versione 3.0 del diluvio universale, salutiamo momentaneamente l’Emilia Romagna e ci imbarchiamo sull’Arca insieme a Noè per tornare in Veneto dall’ultima squadra euganea di Top12, il Mogliano Rugby. Tra un lampo, un tuono, uno scroscio prepotente di acqua, un simpatico venticello fresco raggiungo al telefono coach Salvatore Costanzo, catanese classe 1982, ex pilone destro di Benetton e Calvisano. Esperienza nazionale ed internazionale sia come giocatore che come allenatore, l’ultimo anno lo ha trascorso in Argentina paese natale di sua moglie, ma, soprattutto, una risata troppo contagiosa.

Buon pomeriggio coach e grazie per la disponibilità, anche su da voi piove?
Ciao, no quassù diluvia proprio.
Non posso palare con lei senza parlare di Argentina. Com’è stata questa esperienza intercontinentale, sia dal punto di vista del rugby, sia personale?
Eh, indubbiamente bella. Il rugby laggiù è una festa, è vissuto con allegria, due ore giochi e quattro festeggi. Per il resto è stata un’esperienza completa, ho potuto fare sia l’allenatore che il giocatore, poi avevamo una pizzeria quindi l’impegno era totale.
E niente, il cibo è una costante di questa rubrica. Anche quando non ne parlo direttamente con i miei ospiti, lui puntualmente si presenta molesto e irriverente a connotare col suo taglio gastro-sportivo le nostre chiacchiere.
Sì, questo aspetto di leggerezza me lo ha descritto anche coach Garcia, ma c’è qualcosa di noioso nel rugby?
[Ride] Guarda da giocatore era sicuramente il momento della preparazione. Manteniamo la tradizione dei piloni.
Adesso che invece si dedica solo ad allenare com’è stare dall’altra parte della barricata?
È snervante, non c’è un attimo di tregua. Poi vero: quando sei giocatore vedi l’allenatore come un rompiscatole che urla dalla panchina mentre tu stai a morire in campo, da allenatore vedi i giocatori pascolare sul prato dopo che ti sei fatto un mazzo tutta la settimana per preparare la partita.
Come direbbe Dante Alighieri, è la legge del contrappasso – segnare prossima rubrica lezioni di letteratura italiana applicata al rugby – restando su quello che era prima il rugby rispetto a com’è adesso, nota tanta differenza, specialmente avendo fatto esperienza in campo internazionale?
Ma sai le generazioni cambiano e sono figlie della società, adesso è più facile parlare di rugby perché è più conosciuto, ma la conoscenza non comporta sempre una facile gestione, specialmente con i giovani – ride – non sai che fatica farsi ascoltare.
Capito che allenare è più impegnativo in un contesto più strutturato, ma lei per rilassarsi cosa fa?
Eh… sto in macchina. Faccio il giro lungo, passo da Mestre così ci metto più tempo per tornare a casa, ascolto la musica e poi riparto.

Qui ridiamo entrambi. Ma come fa il giro largo?
Che vuoi ho due figli di 15 e 6 anni, due maschi, sono molto impegnativi anche loro, anzi loro più di tutti. Continua a ridere.
Tutta la mia solidarietà a sua moglie che è in minoranza.
Davvero, poi qua siamo da soli quindi ci dobbiamo organizzare bene, un’altra faticaccia.
Appunto sempre più solidale con sua moglie.
E mentre si rilassa che musica ascolta? Sì, lo so, sono monotona ma ormai ho una mia crociata personale sull’educazione musicale della nuova generazione, che per fortuna anche il coach condivide.
Ma io un po’ tutta, sì, mentre i miei figli – sospiro disperato – guarda non mi fare dire nulla, quelli ascoltano la trap e tutta quella roba lì.
Ahia, tutta la mia solidarietà anche a lei allora. E vista la sua esperienza gastronomica, che consigli dà ai suoi ragazzi in tema dieta?
Di andare da un nutrizionista professionista ed in generale raccomando buon senso.
Il suo piatto preferito?
La carne alla griglia.
Come darle torto, specialmente oggi che sono reduce da una scampagnata mugellana dove la carne non è mancata. Sempre per non perdere di vista il cibo, ecco. La libero con l’ultima domanda, qual è il giocatore più pirata che abbia mai incontrato nella sua carriera?
Senza alcun dubbio Luca Beccaris, seconda linea, mio compagno di squadra a Calvisano e compagno di camera in trasferta. Una bestia, 2 metri per 120 chili e cuore d’oro, ma in campo una bestia. Sai perché lo volevo come compagno di stanza? Perché io ho il sonno leggero quindi non potevo stare con qualcuno che russasse, parlasse, lui si metteva giù sdraiato e praticamente moriva perché non lo sentivo mai. Una volta a Parma durante una mischia prese un cazzotto in faccia e perse un dente. Finì la partita con un calzino in bocca.
Con questo curriculum il posto sul galeone per il buon Luca è quasi certo e mentre ridiamo entrambi, vi giuro che la risata di coach Costanzo ha qualcosa di irresistibile, lo saluto. Una menzione speciale la devo alla signora Daniela, moglie del coach, alla quale va tutta la mia stima ed il mio personale e grandissimo grazie, lei sa perché.
