Quel che resta di quest’Italia

Se il nostro inno nazionale vuole, nei secoli e nelle competizioni sportive alle quali si sente echeggiare, dare l’idea di un popolo gagliardo e indomito, dobbiamo fare però attenzione alle parole della celebre composizione mameliana. Prima degli scontri degli Azzurri ovali ormai credo che invece di Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, si canti l’Italia indigesta. Perché mandarla giù è proprio dura.

Un cinquantello dalla Scozia è pesante. Un fardello pesantissimo. Il nostro ennesimo niet in classifica è di una solitudine che al confronto Marco che se n’è andato e non ritorna più lascia più speranze nel cuore della Pausini.

E non possiamo nemmeno consolarci della dura legge del gol, che possiamo senza colpo ferire prendere in prestito agli 883 dal verde rettangolo calcistico per applicarlo al nostro prato ovale. Praticello, visto in quanti siamo rimasti. Gli altri segneranno però, che spettacolo quando giochiamo noi. Con la Russia. Perché già l’ultima volta con la Namibia loro ci fecero tre mete. Giusto per ricordare che non è un problema passeggero, ma che ha radici ben radicate e profonde.

Così anche a chi pensa che l’Italia è una tartaruga che un tempo fu un animale che correva a testa in giù e che come un siluro filava via, bisogna ricordare che se noi siamo stati delle tartarughe-pendolino sul binario 11, ora siamo ai nastri di partenza contro leoni, galli e dragoni. E pure quadrifogli e rose (un po’ appassite quest’anno) riescono a farsi trasportare dal vento più in fretta di noi.

Cercami, come, quando e dove vuoi. Cercami, è più facile che mai. Canta la birra o il vino o il gin che il misero e meschino popolo fu gagliardo prova a usare come strumento d’oblio per dimenticare i sabati tremendi del Sei Nazioni.

Così, pure quest’anno è andato. E, da veri italiani, un po’ tamarri, un po’ buoni solo a far fiumi di parole, del nostro inno è rimasto il poporopoporopoporopopopopopò.

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